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"Mio padre, un uomo schietto e diretto"

Giorgio Bassani con il regista e amico Mario Soldati nella copertina del libro di Migliorati

La figura del grande scrittore Giorgio Bassani nei ricordi della figlia Paola

FERRARA. «Un esempio morale per l’Italia». Inizia da qui, con parole cariche di vivida commozione, la nostra intervista a Paola Bassani per tratteggiare a grandi linee il padre Giorgio. La memoria dello scrittore ferrarese, autore di alcuni tra i più noti e significativi romanzi del Novecento, dimostra, a 16 anni dalla scomparsa, d’essere ancora fortemente radicata nel tessuto letterario italiano. Paola ed il fratello Enrico sono i depositari di questa memoria che promuovono continuamente, i ...

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FERRARA. «Un esempio morale per l’Italia». Inizia da qui, con parole cariche di vivida commozione, la nostra intervista a Paola Bassani per tratteggiare a grandi linee il padre Giorgio. La memoria dello scrittore ferrarese, autore di alcuni tra i più noti e significativi romanzi del Novecento, dimostra, a 16 anni dalla scomparsa, d’essere ancora fortemente radicata nel tessuto letterario italiano. Paola ed il fratello Enrico sono i depositari di questa memoria che promuovono continuamente, in una sorta di dovere morale che deriva loro certamente dal ruolo per nulla semplice di figli, ma anche di straordinari interpreti di un sentire comune, un sentire che palpita di cultura. È stato un uomo colto Bassani, profondamente colto, un protagonista indiscusso di tutto il Secondo Novecento, apprezzato e letto, studiato, tradotto, dal “profondo senso civile”, come dice Giorgio Montefoschi. Ha rappresentato il classico esempio di “italiano-ebreo”, dicotomia che ne ha caratterizzato l’intera esistenza di scrittore, poeta e più in generale di protagonista attivo e indiscusso delle lettere.
 

Partiamo dal Bassani uomo per procedere poi all’interno della sua personalità. Quali sono i tratti distintivi di suo padre?
«Rispondere a questa domanda, da figlia, comporta un certo grado di parzialità eppure sono certa che, al di là del legame di sangue che mi univa a lui, sia possibile dire che è stato un uomo costruttivo, idealista, positivo, un inguaribile ottimista, generoso, sempre vitale, ma anche straordinariamente dolce. Ha costruito continuamente in ogni ambito si è trovato ad operare, penso alle case editrici, a Italia Nostra, associazione che egli ha voluto fortemente e di cui è stato anche presidente, alla sua lunga attività di insegnante, al rapporto con noi figli. Ha scoperto testi, come è accaduto nel 1958 con Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa che, rifiutato da ben due prestigiose case editrici del tempo, viene fatto pubblicare da mio padre, il quale subito ne loda “l’ampiezza di visione storica unita a una acutissima percezione della realtà sociale e politica dell’Italia contemporanea, dell’Italia di adesso, delizioso senso dell’umorismo; autentica forza lirica; perfetta sempre, a tratti incantevole, realizzazione espressiva”. Non era un pavido, mio padre, era lontano dai calcoli politici: si presentava sempre in maniera diretta e schietta, rischiava in proprio. E poi era fondamentalmente un generoso, sempre disponibile, con una visione aperta del mondo e sul mondo. Aveva una grande passione per gli animali. Aiutava i giovani scrittori ed era contento se questi riscuotevano successo. Lontano da ogni narcisismo, riusciva a “vedersi dal di fuori”, grazie anche a grandi maestri come Croce e Longhi, quest’ultimo grandissimo storico dell’arte, come tutti ben sappiamo, e definito da lui “un vero maestro”. Era però anche un uomo profondamente inquieto, tormentato, talvolta depresso, a tratti irritabile, aveva un lato “notturno” nel suo carattere che proveniva probabilmente anche da quella “ferita indicibile” di cui parla Cotroneo nei Meridiani, vale a dire la sua “ebraicità”».
 

Una personalità certamente fuori dall’ordinario, un aspetto geniale che ha ereditato da chi?
«Soprattutto dalla madre Dora Minerbi che possedeva in grado elevato una creatività notevole, ma anche da Cesare Minerbi, il nonno materno, che è stato un medico, uno scienziato, persino un inventore di medicinali, oltre che un fine letterato ed un profondo conoscitore di almeno tre o quattro lingue. Ricordo che nella sua biblioteca c’erano numerosi testi teatrali e storici che sono poi divenuti proprietà della Fondazione Bassani. Era insomma un uomo molto colto, originale, strano, geniale. Quanto a sua figlia Dora, la mamma di mio padre, lei aveva un vero talento per la musica, per il canto lirico in particolare, al quale si era dedicata molto seriamente (anche in concerti). Pure suo figlio Giacomo disponeva di rare doti essendo stato medico, pittore e letterato».

Giorgio Bassani, il primo a sinistra, su uno dei campi da tennis Marfisa

 

Parliamo di tennis, uno sport che Bassani ha amato molto.
«Non solo: egli è stato davvero un provetto tennista dell’allora Seconda Categoria, tanto da vincere ben tre edizioni consecutive (1935-1936-1937) del premio messo in palio dal Circolo Marfisa nonché il torneo regionale presso il Circolo Margherita di Bologna. Era bravo soprattutto nel dritto che spesso gli consentiva di disorientare l’avversario, molte volte piazzando la palla proprio sulla riga. Prima di lui, nel 1933 e nel 1934 il torneo sociale se l’era aggiudicato un altro personaggio ferrarese che sarebbe poi divenuto altrettanto famoso, ma nel campo della cinematografia, Michelangelo Antonioni. Nel 1938, con le leggi razziali, gli ebrei, e quindi anche mio padre, sono allontanati dal Circolo. È curioso notare come questi due illustri protagonisti della scrittura e del cinema riposino oggi poco distanti l’uno dall’altro: mio padre nel Cimitero israelitico di via delle Vigne e Antonioni nell’attiguo Cimitero cattolico della Certosa».
 

Federico Migliorati
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