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Il docente Barbujani è nella cinquina  finalista del Galileo 

«La gente ha paura e abbattere i muri è difficile» Il genetista di Unife nel 2007 arrivò secondo

Guido Barbujani, da oltre 20 anni docente di genetica all’università di Ferrara è tra i cinque autori finalisti del “Galileo”, concorso letterario di divulgazione scientifica giunto quest’anno alla sua undicesima edizione. Il docente è in gara con Gli africani siamo noi (ed. Laterza, 2016); un libro che racconta un po’ delle cose che abbiamo capito da quando la biologia ha abbandonato il paradigma razziale. La cerimonia di premiazione ufficiale si svolgerà il prossimo 5 maggio al Palazzo della Regione di Padova. Al fianco di Barbujani corrono Chi ha paura dei vaccini di Andrea Grignolio (Codice Edizioni 2016); È la medicina, bellezza! di Silvia Bencivelli e Daniela Ovadia (Carocci editore 2016); La nascita imperfetta delle cose di Guido Tonelli (Rizzoli 2016); Sotto i nostri piedi di Alessandro Amato (Codice Edizioni 2016). In attesa di conoscere il verdetto della giuria abbiamo scambiato quattro parole con il genetista di Unife.
Come nasce questo libro?
«Circa un anno e mezzo fa stavo tenendo una conferenza al Festival della Mente di Sarzana (in Liguria, ndr) proprio sul tema dell’immigrazione. In quell’occasione Laterza mi chiese se mi poteva interessare ampliare il discorso e trasformare l’intervento in un libro. Visto che erano passati dieci anni da L’invenzione delle razze. Capire la biodiversità umana (ed. Bompiani, 2006), libro con cui mi occupai di tematiche simili, ho pensato che poteva essere una buona occasione per un aggiornamento; in questi anni la scienza ha fatto nuove scoperte nel campo della genetica».
La genetica può abbattere i muri della discriminazione e del razzismo?
«Sfatare miti dal punto di vista scientifico è molto semplice, lo abbiamo già fatto. Il problema è che a livello psicologico e sociale si sta andando in tutt’altra direzione».
Ovvero?
«Razza e razzismo hanno solamente una vicinanza etimologica. Parlare di inferiori e superiori è insensato, così come è sbagliato parlare di “invasione”. Oggi purtroppo si ha una visione distorta dell’immigrazione. L’incertezza economica e il futuro poco chiaro non fanno che aumentare nell’uomo e nella società la paura e l’intolleranza. Grazie agli studi e ai passi avanti della scienza dovremmo muoverci in direzione contraria e invece abbiamo ancora paura».
Come descriverebbe “Gli africani siamo noi”?
«Il libro parla di come nel nostro genoma restino tracce di lontane migrazioni preistoriche; e anche di come forme umane diverse, forse specie umane diverse, si siano succedute e abbiano coesistito, finché sessantamila anni fa i nostri antenati, partendo dall’Africa, si sono diffusi su tutto il pianeta».
Ha già avuto occasione di partecipare al “Galileo”?
«Arrivai secondo nel 2007; pare che ogni dieci anni si ricordino di me (sorride, ndr). In concorso ci sono altri libri molto belli e interessanti in cui si parla di terremoti, vaccini, medicina e Big Bang. Spetterà alla giuria giudicare. Io sono già contento così».
Sta già lavorando a un nuovo libro?
«Sì anche se è ancora presto per parlarne. Posso però dire che sto lavorando a un nuovo libro per la casa editrice Il Mulino nel quale affronto sempre il tema della migrazione però, questa volta, lo faccio seguendo una linea più narrativa e meno tecnica rispetto a Gli africani siamo noi».
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