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«All’epoca delle Br la nostra democrazia era in discussione» 

Domattina focus sul terrorismo e l’Italia degli anni ’70 e ’80 Il convegno a Palazzo Bonacossi fa il punto sulla situazione 

Le organizzazioni terroristiche proclamavano di impugnare le armi perché il sistema di partiti e sindacati aveva tradito gli ideali della democrazia, gli stessi che la Resistenza aveva salvaguardato. La giornata di studi di domani promette di aggiungere un tassello importante alla ricostruzione degli anni di piombo, specie all’analisi della cosiddetta “reazione dello Stato”. L’università di Ferrara e l’Istituto di Storia Contemporanea approfondiranno, a Palazzo Bonacossi, “Terrorismo e antiterrorismo. L’Italia e la circolazione internazionale dei saperi negli anni Settanta e Ottanta”. Il convegno si terrà a partire dalle 9.30, ospitando le argomentazioni di docenti ed esperti in materia, che spazieranno dal contesto italiano a quello internazionale.
Onorevole Violante, secondo Craxi lo Stato doveva trattare, ma avrebbe davvero salvato Aldo Moro?
«Nessuno può dimostrare che la trattativa lo avrebbe liberato. Esistono altri casi di sequestri ordinari in cui si è trattato e l’ostaggio è stato ucciso. Non c’è misura di automatismo. E poi trattare con chi? Non c’era un soggetto disponibile, le Brigate Rosse non l’hanno mai proposto. Capisco la drammaticità della situazione e rispetto la famiglia, ma credo sia indispensabile la chiarezza intellettuale. Se lo avessimo fatto, avremmo dovuto poi trattare in qualsiasi altro caso. Lo Stato avrebbe messo nelle mani delle Br un potere enorme. La fermezza non fu una decisione facile».
Considerando figure come il generale Dalla Chiesa, che si è opposto sia ai terroristi sia alla mafia, quale fu la reazione dei partiti politici ?
«L’assassinio di Moro è stata un’operazione troppo importante per le Br. Non l’hanno retta. All’epoca gli schieramenti che non si erano impegnati capirono che era il caso di prendere posizione, perché era in gioco la sopravvivenza democratica della nostra Repubblica».
Allora i posti di blocco furono lasciati ai soldati di leva, che pattugliavano con i fucili scarichi. Con il passare del tempo lo Stato si è attrezzato meglio?
«Il nostro passato ci ha resi più forti di fronte al presente. Per fortuna in Italia c’è un apparato d’intelligence e polizia amministrativa molto più preparato rispetto agli altri Paesi europei. Magistratura compresa».
Paradossalmente il terrorismo era proporzionale al fermento sociale.
«Lo si è combattuto proprio grazie a quel fermento - continua -, spezzando il tentativo da parte di certe organizzazioni di corrompere la società civile. Ma con un progetto completamente diverso rispetto a un problema di riforma sociale».
Quali sono le differenze tra gli anni di piombo e gli attentati odierni, i single fighter di cui non si conoscono i volti?
«Sono due realtà che hanno origini diverse. Una nasconde la guerra, l’altra no. Il terrorismo attuale agisce fuori dal campo di battaglia e per induzione, non per comando diretto. I combattenti solitari usano solo strategie comuni. Dietro di loro non c’è un’organizzazione permanente di tipo paramilitare».
In che modo si possono contrastare?
«Sono organismi che si creano al fine di singoli attentati. Sono difficili da anticipare, se non individuando i capi in loco e privandoli di qualsiasi contatto».
Il caso degli Stati Uniti: l’utilizzo dell’intercettazione a trecentosessanta gradi ha causato derive paranoidi?
«Tutti intercettano tutti. Orsoline non ce ne sono a questo mondo… chi ha i mezzi per farlo, procede senza remore. La parità dei rischi fa sì che i danni siano limitati. Il problema sta nella prudenza delle conversazioni dei leader e il loro successivo utilizzo».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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