Quotidiani locali

All’interno del tempio un piccolo tesoro con firma di Leonardo

Molte tracce legherebbero il grande genio a un bassorilievo Solo ipotesi ma certo sarebbe un grande colpo per Ferrara

Il tempio di San Cristoforo alla Certosa, che il terremoto del 2012 ha ferito in profondità, è una chiesa di mirabile architettura rossettiana, che conserva all'interno opere d'arte di gran pregio, come una serie di bassorilievi di altissima qualità formale, scolpiti alla base dei pilastri da maestranze rinascimentali lombardo-venete con immagini per lo più a tema araldico, tra cui richiami a divise ed imprese di Casa d'Este.

Vale la pena concentrarsi su una sola di queste sculture, che di primo acchito non fa capire il proprio significato. Reca al centro un falcone che regge nel becco un bastoncino dotato di qualcosa di simile a pesi alle estremità: ai lati due falchetti riposano su tronchi solo un poco fioriti e fruttati (qualcosa di simile al “Broncone” mediceo): al di sopra di tutto si legge “Con tempo”. Si tratta di un’ impresa, rappresentazione simbolica formata da “corpo” (l'immagine) e “anima” (il motto – senza motto avremmo una divisa), che le casate creavano al fine di personalizzare le individualità dei loro singoli membri, al di là dell'uso dello stemma di famiglia.

Le imprese venivano talvolta donate a personaggi di altri lignaggi in segno di amicizia e fedeltà reciproche ma con frequenti modifiche ed adattamenti originali. Per il momento, l'impresa che vediamo a San Cristoforo sembra essere quella che i dotti chiamano un “hapax”, cioé un esemplare unico. Nel 2007 ho proposto, in una monografia a più mani su San Cristoforo (Milano-Ginevra, Skira), che questa impresa derivi nel motto da un dono degli Sforza agli Estensi, sulla base della preesistenza di una altrettanto arcana impresa sforzesca, detta “dei semprevivi” ma anche “dei carciofi” o “delle pigne” perché reca al centro una bizzarra composizione vegetale mai ben spiegata, con il motto in tedesco “Mit Zeit” (talora Zait), cioé appunto “Con tempo”, probabile richiamo alla prudenza e alla ponderazione, non dissimile nel senso a un altro motto ferrarese, quello di Alfonso I d'Este, «Loco et tempore» ovvero “A tempo e luogo”. L'uso del tedesco non stupisca, anche gli Estensi lo scelsero per il famoso «Worbas».

Qualche spiraglio sull'enigma porta ad un artista osannato: Leonardo da Vinci. Nel 1957 Carlo Pedretti, nei suoi Studi vinciani, delucidava come il maestro, studiando gli orologi, avesse abbozzato l'immagine che troviamo nel Codice Forster II-I, c.63r, dove spicca un falcone che porta nel becco parte di un semplice sistema di misurazione delle ore, “falcon tempo” (fal-con-tempo) spiega una scritta con un gioco di parole simile ai tanto amati rebus. Parte da qui un collegamento dell'impresa con il nome del cardinale Ippolito I d'Este, che aveva non rari rapporti con l'artista. Nel recente La biblioteca perduta. I libri di Leonardo (Roma, Salerno, 2017, p.35) è intervenuto sul tema il filologo Carlo Vecce, il quale assicura che il cardinale Ippolito I d'Este, di ritorno dall'Ungheria, nel 1494, sostando a Vigevano presso gli Sforza, avrebbe «adottato un'ingegnosa impresa poi celebrata dai contemporanei, l'immagine di un falcone e un meccanismo d'orologio col motto “fal con tempo”, ideato da Leonardo». Questa affermazione deriva da un saggio di estrema complessità, scritto da un altro filologo, Bernhard Schirg, per il prestigiosissimo «Journal of the Warburg and Courtauld Institutes» (LXXVIII, 2015, pp.135-155), dal titolo Decodifing da Vinci's Impresa: Leonardo' Gift to Cardinal Ippolito d'Este and Mario Equicola's de Opportunitate (1507). Il saggio di Schirg, che ha Ippolito I come protagonista, insieme al genio di Vinci e ad intellettuali del suo tempo che lodarono l'impresa cardinalizia, è un prodotto scientifico rivolto agli specialisti. L'impianto critico e interpretativo, lodevole, risente del fatto di non tener per niente conto dell'esistenza di una rappresentazione materiale superstite dell'impresa di Ippolito I, che Schirg chiaramente non conosce, quella a San Cristoforo, dove la scena, fra l’altro, si complica con alcune variazioni inedite da quanto si trova spiegato nelle fonti letterarie, ricche per giunta di descrizioni discordanti tra loro. Sappiamo dai testimoni che il cardinale usava questa impresa “in his private letters” (Schirg p.136), certo grazie ad un sigillo, del quale si sono perse le tracce.

Vantare una scultura inventata da Leonardo sarebbe per Ferrara un colpo di fortuna ineguagliabile. Ma occorre cautela, perché si possono ancora elaborare o addirittura ribaltare le ipotesi fatte, e supporre magari che non di Leonardo sia stata l'idea nativa ma, per il falco Forster, sia un suo appunto tratto da un sigillo di una lettera estense: è noto che scriveva ad Ippolito I, è possibile che il porporato rispondesse. Peraltro nessuno dei trattatisti rinascimentali che scrissero sull'impresa cita mai il pur già allora riverito nome di Leonardo quale suo inventore, fatto da non sottovalutare, senza ingigantirlo. Il mistero permane, però il tocco estense è ormai svelato, comunque.



TrovaRistorante

a Ferrara Tutti i ristoranti »

Il mio libro

LE GUIDE DE ILMIOLIBRO

Corso gratuito di scrittura: come nascono le storie