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Nicola, in Cambogia con la famiglia vivendo di scrittura

Dal Ferrarese fino al Paese asiatico con moglie e figlia «Abbiamo investito su noi stessi per avere una vita nuova» 

Metti una vita di routine nella tua terra, Ferrara e poi Bologna, con tua moglie e tua figlia. Ma metti anche un lavoro monotono e la voglia di provare nuove esperienze. Ne parli con la moglie Valentina e con voi ovviamente la piccola Isabel (ora ha 7 anni) ed il gioco è fatto. Semplice a dirlo, meno a farlo. Ma Nicola Tenani, scrittore, prima di rock poi dei Paesi in cui sta vivendo, un anno fa ha lasciato tutto e dopo una prima esperienza in India, ecco la nuova in un Paese insolito per un europeo, la Cambogia.

«In realtà ho lasciato Ferrara dieci anni fa per vivere con mia moglie a Bologna - racconta -. La decisione di lasciare comunque l’Italia non è stata assolutamente dolorosa, bensì scelta consapevole, condivisa da tutti noi tre, di volere una vita diversa, un vero progetto famiglia per il quale investire noi stessi all’interno di una sfera esistenziale nuova, distaccata dalle convenzioni sociali. Tre anni fa abbiamo vissuto in India un anno: tornati in Italia abbiamo iniziato a soffrire di quella nostalgia, quel “mal d’Asia” di cui Tiziano Terzani ha parlato così a lungo nei suoi libri. Così nel tempo la decisione di lasciare tutto, la casa, vendendo i mobili, mia moglie chiudendo i rapporti con un buon lavoro, ma inappagante. Abbiamo scelto noi stessi e non ciò che la convenzionalità sociale impone, una sfida che prevede grandi capacità di adattamento: viviamo in Cambogia, non a New York, Sidney o Londra, ma siamo sereni. Perché la Cambogia? Innanzitutto è Asia con un grande retaggio buddhista, al momento attuale è ancora possibile ottenere visti di lunga durata, non come accade in Paesi come Thailandia, Vietnam, India o Cina, con grandi flussi migratori verso l’esterno ma chiusi nei confronti degli occidentali. La Cambogia per tanti aspetti è ancora vergine, viene da un passato recente di grande sofferenza, porta ancora le cicatrici del regime “khmer rouge” e sta cercando la sua identità, il suo spazio esistenziale. Rispetto alla nostra amata India l’inglese è parlato molto meno e le comunicazioni interpersonali sono difficili, ma anche questo è il senso della sfida: trovare un vocabolario comune fatto di gesti, qualche parola imparata dalla lingua khmer, fondamentale ad esempio al mercato per la spesa del mattino. La famiglia con la quale condividiamo il cortile è una classica famiglia khmer che vive nella più classica delle case a palafitta khmer. Non parlano inglese eppure comunichiamo con saluti, inchini, sorrisi, gesti. Se devo segnalar loro che è entrato un serpente in cortile mimo col braccio il gesto del serpente che sinuoso scivola sul terreno e assieme corriamo a cercarlo per capire se è velenoso».

Come vive sua figlia?

«Credo che in tutta la Cambogia ci siano solamente 4-5 minorenni italiani. Per ora non frequenta scuole, applichiamo una sorta di home-schooling seguendo i programmi ministeriali relativi alla sua età, allargandoli con modalità creativa per renderle lo studio piacevole. Fra dettati, temi, visioni di documentari, lavori artistici inerenti alle materie che studiamo, le giornate scorrono nel segno della creatività. Nessuno ha orari eppure ogni giorno ci imponiamo di compiere le nostre attività con ritmi diversi, idonei a noi stessi, alle nostre peculiarità. Ad esempio, io adoro alzarmi prestissimo, ogni giorno alle 5 mi isolo per scrivere, sorseggiando il mio buonissimo caffé cambogiano nella quiete della nostra casa, dove regnano solo i richiami dei tanti animali. Poi si sveglia il resto della famiglia e ci dividiamo nelle varie attività di studio con la bambina, la spesa al mercato, la preparazione dei pasti. Ogni tanto ci piace staccare e con le nostre biciclette ci rechiamo verso la bellissima costa a 25 chilometri dalla nostra città, Kampot, per due giorni di mare e relax totale, pronti a ricominciare le nostre attività in piena libertà».

Come riuscite a vivere, economicamente parlando?

«Ho scelto di coltivare la mia passione per la scrittura, pubblicando libri e scrivendo articoli come ghost-writer in molti ambiti del giornalismo e della pubblicità web. Potrei anche impegnarmi come cuoco, aprire il classico ristorante come quasi tutti gli italiani qui fanno ma voglio, almeno per ora, coltivare il mio sogno sino alla fine, sperando che i miei libri divengano sogni di tanti lettori. Forse non vincerò il Strega o il Pulitzer, ma i commenti ricevuti per i primi due romanzi mi gratificano».

Parliamo dei suoi libri, dove l’India è protagonista...

«È vista come percorso contemplativo personale ma anche racconto delle donne in un territorio certamente duro, ben diverse a quelle che troviamo oggi in Occidente. L’india è stata sicuramente una grande fonte d’ispirazione per il mio cambiamento personale ed editoriale. Un anno vissuto intensamente attraverso villaggi, foreste, coste e varie popolazioni mi ha lasciato dentro un ‘brodo’ di input confusi che al mio ritorno cercavano una modalità d’esternazione. Da queste analisi interiori è nata l’idea per la stesura del primo libro, Le fate del Travancore, dove le fate sono donne in carne ed ossa ma con quella magia tutta speciale che hanno in sé le donne, il potere di generare vita. Sto terminando proprio in questi giorni la correzione del terzo romanzo: il tema è ancora l’India del sud ma racconta di una, una giovane laureata tedesca tentata dalla mail di un direttore di college di Kochi, nel cuore del Kerala, città ricca di accademi, tradizioni e turismo».

E Ferrara, l’Italia?

«Mentirei se dicessi che ci mancano. Il nostro, è un progetto famiglia, è quel profumo di avventura percepito nella realtà e non nella fantasia del viaggiatore. Siamo in Cambogia e stiamo bene, tra un anno non so. Intanto, viviamo, scrivo, progettiamo viaggi alla scoperta di una Cambogia alternativa, più vera. Forse tra un anno, due, chissà, torneremo in India o proveremo un periodo in Malesia, in Indonesia, magari nella Sulawesi, da sempre il mio sogno ma irrazionale, quasi ‘salgariano’ nel viverlo senza esserci mai stato. Forse torneremo in Europa, provando un’esperienza in Scandinavia, o a Malta. Non so, so solo che di Ferrara a volte mi mancano alcuni aspetti intimi, a volte una porzione faraonica di lasagne con la besciamella che cola dai lati... I cibi un po’ ci mancano, l’Emilia no: l’abbiamo vissuta quando era autentica, ma poi si è perso tanto della nostra identità».

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