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La malavita globale nel reportage di Varese

Il criminologo a Ferrara per presentare “Vita di mafia”: la criminalità non porta nulla di buono, mai

A Ferrara si torna a parlare di criminalità organizzata e lo si fa domani alle 18 all’Ibs+Libraccio in occasione dell’incontro con Federico Varese che presenterà “Vita di mafia” (ed. Einaudi). A parlarne con lui ci sarà Benedetta Tobagi.

Verese, quali misure risultano più efficaci per opporsi alla criminalità organizzata?

«Nelle regioni del sud Italia si è manifestata una reazione solida e forte, soprattutto in Sicilia. Si dimostra con questo che non c’è una cultura mafiosa diffusa e invincibile. Mi riferisco a movimenti come Addiopizzo, con il quale gli imprenditori dichiarano pubblicamente di non voler pagare il pizzo alla mafia: è una reazione eroica da supportare, anche per difenderla dalle possibili infiltrazioni. Bisogna estirpare l’idea che la mafia possa fare anche qualcosa di buono».

Il processo Aemilia sta dimostrando che la mafia è arrivata anche in Emilia Romagna. Significa che siamo cittadini disattenti?

«Nel mio libro del 2011, “Mafie in movimento”, do conto di una trasformazione epocale. In Italia la mafia nasce nei primi decenni dell’800, al momento dell’Unità d’Italia era già una realtà. Fino agli anni ’70 del Novecento rimane nei territori di origine, poi comincia a salire al nord: è un fatto grave, ma ha un senso, si può spiegare e questa migrazione si manifesta in tutto il mondo. La presenza delle “famiglie” di Cutro a Reggio Emilia è un tipico caso di radicamento. E purtroppo è vero quanto dimostro nel mio libro: il “capitale sociale” di un territorio, per quanto alto e significativo, non basta. La ‘ndrangheta, a Reggio Emilia, ha offerto un servizio che fa comodo agli imprenditori locali, a partire dall’annullamento della concorrenza, alla riduzione delle spese, all’accesso a servizi bancari favorito da funzionari corrotti per il riciclo del denaro».

Davvero la mafia fa parte della normalità della nostra vita quotidiana di homo sapiens sapiens?

«Nel mio nuovo libro, “Vita di mafia”, si vede come i mafiosi siano persone come noi: è scorretto mitizzare la malvagità mafiosa come male assoluto, i mafiosi come mostri contro i quali il cittadino non può fare nulla. Ed è vero allo stesso tempo che il cittadino non è un santo, non è perfetto nella propria condotta di vita sociale. I mafiosi contaminano gli ambienti economici e politici, che sono più solidi di loro, e che accettano i favori offerti: e tutto questo fa parte della vita quotidiana. Teniamo presente che la mafia commette errori, si può vincere, è composta da uomini come noi. L’altro aspetto di cui mi occupo nel libro sono i tratti comuni tra le mafie di tutto il mondo, che, da fenomeni radicati in un preciso ambito geografico, sono ormai diffuse dappertutto. E ci sono le prove».

Irene Lodi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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