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Ucciso dai partigiani, uno di loro era di Bondeno

Emilio Missere, esponente cattolico del Cln di Medolla, sepolto in un campo e mai trovato

“Emilio e i partigiani”. Dietro il titolo di questo capitolo, su un delitto raccontato dalla Gazzetta di Mantova nel 2007, c’è una ricerca durata 20 anni. Sarebbe bastato molto meno se solo non avessi perso tempo nel voler raccogliere tutti i documenti e le testimonianze, se non mi fossi concesso lunghe pause in preda ai dubbi: vale la pena tornare su una pagina nera della Resistenza correndo il rischio, come si è poi verificato, di essere etichettato come revisionista o il Giampaolo Pansa d ...

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“Emilio e i partigiani”. Dietro il titolo di questo capitolo, su un delitto raccontato dalla Gazzetta di Mantova nel 2007, c’è una ricerca durata 20 anni. Sarebbe bastato molto meno se solo non avessi perso tempo nel voler raccogliere tutti i documenti e le testimonianze, se non mi fossi concesso lunghe pause in preda ai dubbi: vale la pena tornare su una pagina nera della Resistenza correndo il rischio, come si è poi verificato, di essere etichettato come revisionista o il Giampaolo Pansa dei poveri? La risposta è sì. Non mi sono mai pentito di aver riacceso i riflettori sull’omicidio di Emilio Missere, 22 anni, laureato in giurisprudenza, scrittore e violinista, e soprattutto anima cattolica del Cln di Medolla in perenne battaglia con l’ala comunista. Fu la sua intransigenza nel voler fermare l’ondata di violenza dopo la fine della guerra a costargli la vita. A farne le spese furono fascisti, carabinieri, preti, medici e chiunque fosse in rotta di collisione con la frangia violenta dei partigiani di Cavezzo. Massacrati e fatti sparire, spesso dopo aver saccheggiato le loro case e sempre senza aver avuto un regolare processo. Dicevo 20 anni, perché per la prima volta sentii parlare di questa tragedia nel 1987 al termine di un consiglio comunale a Poggio Rusco.

Mi incuriosì la descrizione della vittima, uno studente modello, figlio di servitori dello Stato (il padre e il nonno erano magistrati), colto e raffinato, con una grande passione per la politica e per la Democrazia cristiana. Trovai i primi riscontri in due libri: “Il Triangolo della morte” del senatore missino Giorgio Pisanò e “Vittime dell’odio”, del democristiano modenese Giovanni Fantozzi. Riportavano lo stesso errore, che mi fece perdere tempo: indicavano come data del delitto il 13 giugno 1946, ma in realtà avvenne un anno prima. Per il resto citazioni di sentenze e articoli di giornali erano precise. Ma non mi accontentai di queste tracce e decisi di ricostruire la cronaca del processo leggendo i quotidiani dell’epoca. Così passai qualche giorno alla biblioteca di Modena, scorrendo i microfilm. Devo dire, ed è stata una piacevole sorpresa, che le cronache giudiziarie della Gazzetta di Modena sul processo agli assassini di Emilio Missere - che fu celebrato all’Aquila nel 1952 - sono ancora oggi un esempio di buon giornalismo: meticolose ed essenziali. Raccolsi un pacco di fotocopie, ma ancora non mi bastava. Cercai altro in biblioteca e trovai un libro di racconti di Emilio, con una dedica straziante firmata G.M. Era il fratello Gianluigi che incontrai dieci anni fa. Non prima però di essermi procurato a fatica una copia della sentenza del Tribunale dell’Aquila.

Mi colpì la requisitoria del pm, riportata dalla Gazzetta di Modena. Rivolgendosi agli imputati, disse: “Voi paventate di più la giustizia di Dio che quella degli uomini, perché di troppo sangue grondano le vostre mani. Quel sangue potrebbe ricadere sui vostri figli, perché Dio non paga il sabato, ma paga sempre”. Il processo di primo grado si concluse con le condanne di Ennio Bertoli detto Ermes, ritenuto il mandante, e Jaures Cavalieri, detto Pipi, a 30 anni; di Marino Malvezzi a 22 anni, Olindo Dotti e Moris Cavalieri a 14 anni. Gli ultimi due risposero solo dell’omicidio di Alfio Calzolari, partigiano di Bondeno, che partecipò all’omicidio di Emilio Missere e fu eliminato dai complici perché parlava troppo. Le sentenze di Appello e di Cassazione non modificarono la sostanza.

Di tutto questo parlai con il dottor Gianluigi Missere, che all’epoca aveva 82 anni, nella sua casa in via Vittorio Veneto. Superata la diffidenza, fu molto cordiale. Dal nostro incontro uscì una pagina pubblicata sulla Gazzetta il 14 marzo 2007. Qualche giorno dopo arrivò per posta un suo biglietto di ringraziamenti, che conservo nel cassetto dei ricordi. Il caso ha voluto che sia morto quest’anno, proprio a marzo.

Non cercava vendetta, ma solo giustizia e una tomba per piangere il fratello e deporre un mazzo di fiori. I partigiani che lo uccisero non rivelarono mai dove fu sepolto. Di Emilio restò solo un lembo dell’impermeabile chiaro trovato in un campo. L’argine del Secchia nel dopoguerra era diventato un cimitero senza croci.

Paolo Boldrini