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Dal Cin prova a raccontare la Grande Guerra ai bambini

Sabato all’Ibs + Libraccio l’autore ferrarese presenta “Scrivila, la guerra” «Lo spunto è il diario di un bimbo di 9 anni che vide il padre andare sul fronte»

Sarà coinvolgente il nuovo libro di Luigi Dal Cin, sia per i più piccoli sia per chi si crede già grande. E sabato, alle 17, sarà ospite della libreria cittadina Ibs+Libraccio, perché lo scrittore ferrarese è stato chiamato a presentare Scrivila, la guerra (Kite Edizioni), volume che accoglie anche i disegni di Simona Mazzolani. L’omonimo spettacolo teatrale tratto dalle sue parole ha commosso più di una platea, riuscendo a trasmettere emotivamente a chi seguiva la scena la situazione di un essere umano che subisce la guerra, non che la combatte o che la fomenta.

Com’è riuscito a scrivere della Grande Guerra nei panni di un bambino?

«Pensavo di dividere il libro in due parti - spiega -; la prima dedicata allo sguardo di un papà che va al fronte, mentre dall’altra sarebbe avanzato quello del figlio, per poi farli incontrare al centro, quando il papà fosse tornato. Finché nella biblioteca di un paesino in provincia di Belluno un amico ricercatore mi ha recuperato il diario di un bambino di nove anni, che raccontava la guerra vissuta quando ne aveva appena quattro. Questo mi ha dato la possibilità di assumere il suo punto di vista, che non dà alcun giudizio, non potendo conoscerne i motivi».

Anche i soldati lasciavano alla cieca le famiglie.

«Era così, per questo ho deciso di levare l’esperienza dell’adulto e tenere solo quella del bimbo. Ho letto e riletto il quaderno ritrovato fino a farlo mio. Ma sono andato oltre, ogni vicenda che ho trattato è accaduta davvero. Ho usato, ad esempio, la lettera di una mamma che aggiornava il marito in battaglia sulle giornate del loro piccolo».

È cambiato il suo rapporto con il linguaggio?

«Durante la stesura avevo dei “consulenti” di nove anni ai quali chiedevo di riscrivere le mie frasi per riuscire a formularle come loro, in modo che la prima persona narrante sembrasse credibile. Lo scrittore per ragazzi non regredisce, però riconosce la propria lingua bambina come lingua madre, compresa di immaginario. Lingua che non ho mai rinnegato, ma che coltivo giorno per giorno».

E in che modo la nutre?

«Rispondendo alle loro lettere, incontrandoli nelle scuole, giocando con loro o portandoli a teatro. Basti pensare - prova a fare un esempio Dal Cin - ad un inglese trasferitosi a Ferrara a cinque anni. Dopo quaranta trascorsi qui, avrà imparato tanto bene la nostra lingua da aver persino perso il suo accento. Se incontrasse un turista conterraneo sul Listone, però, gli risponderebbe spontaneamente in inglese, non in italiano. A me succede lo stesso».

Perché le sue pagine non si è soffermano sul fronte, ma tendono a spaziare?

«Volevo descrivere le reazioni delle famiglie dopo Caporetto, ovvero le conseguenze che può avere una guerra sui più piccoli, sui più umili. Non a caso, “l’anno della fame” fu quello che seguì la rotta e fu interminabile. Le razzie erano abituali. Volevo arrivare ai conflitti che oggi colpiscono il mondo, come quello in Siria».

Matteo Bianchi

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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