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Un “Palazzo dei Diamanti” all’ombra delle due Torri

Palazzo Sanuti a Bologna “antenato” del simbolo dell’architettura rossettiana Bettini, storico felsineo, firma la monografia dedicata all’edificio del XV secolo

Giovanni Sabadino degli Arienti era un tipo ameno. Umanista, nato intorno alla metà del Quattrocento nella Bologna dominata dalla famiglia Bentivoglio, si divideva tra la patria e la splendida Ferrara erculea, elaborando per gli Estensi operette d’encomio e scritti lieti per l’intrattenimento cortigiano. Tra le sue Novelle Porretane (con una “t” sola), dedicate al duca di Ferrara che spesso si recava alle terme di Porretta per passare le acque, la XXII viene narrata da Nicolosa, moglie del dovizioso Nicolò Sanuti, primo conte della Porretta, «donna bellissima, morale e graziosa», nonché per anni amante dell'uomo più potente di Bologna, Sante Bentivoglio.

Nicolosa viene elogiata da Giovanni (nov. XXI) «per le continue magnificenzie, umanità, cortesie e per li edificii sublimi ed excelsi che da lei sono emanati». L’allusione è soprattutto a quello che viene definito “il Palazzo dei Diamanti a Bologna”, Palazzo Sanuti oggi Bevilacqua Ariosti, nella Strada di San Mamolo ovvero l’attuale via D’Azeglio 31. Un edificio straordinario, che merita di essere finalmente oggetto di una nutrita monografia (Parma, Diabasis, 2017) scritta da Sergio Bettini, architetto e storico felsineo. Nicolò, uomo ambizioso, con le mani in pasta ovunque, aveva bisogno di una casa all’altezza del proprio ruolo, e la rampante Nicolosa lo spingeva certo a dare il massimo su questo fronte: rimane famosa per aver tenuto testa al cardinal Bessarione, che a Bologna aveva emanato leggi suntuarie (1453) per impedire alle donne di vestirsi con lusso appariscente, e a cui Nicolosa si oppose con una lettera infuocata che viene tuttora portata ad esempio di una sorta di femminismo anticipato.

Altro che modestia, sia lei che Palazzo Sanuti dovevano spiccare tra mille. Dato il personaggio, è lecito supporre che la formidabile dama abbia contribuito alla scelta della rara e preziosa ornamentazione della facciata, distribuita tra parti in bugnato rustico e fasce a diamanti. Questo tipo di rivestimento aveva già una storia e diversi precedenti.

Il Palazzo dei Diamanti di Ferrara arriverà solo in seguito. Certo, Palazzo Sanuti non mostra la geniale prepotenza estetica e le linee superlative dell'edificio ferrarese, che infatti resta il Palazzo dei Diamanti per antonomasia. Tuttavia è un caso interessante del riflesso della personalità della committenza in architettura e di specchio della breve stagione di simil-signoria che i Bentivoglio cercarono di creare formando una compagine sociale di alto livello che tentò di adeguare Bologna (anche urbanisticamente) a vicine, modernissime realtà, come Ferrara e Firenze. Bettini ci restituisce un accurato reportage denso di documenti e considerazioni critiche per giungere ad un nome certo per gli autori (senza dubbio più di uno) del progetto originario portato a termine proprio in quel 1482 che vide la morte di Nicolò, e delle numerose modifiche agli interni apportate nei secoli: ma in fondo questo è il dato meno forte, mentre conta lo Zeitgeist, lo spirito del tempo ed il gusto che lo hanno originato e che si propone come nerbo della questione.

Per approfondire questo aspetto, ad esempio, troveremo nel libro un ampio approfondimento dedicato al medaglista Sperandio da Mantova (attivissimo anche a Ferrara), che ritrasse Nicolò, e digressioni dedicate ad altri edifici dei Sanuti, e alle loro tombe monumentali. Una attenta disamina degli stili e dei criteri usati nei secoli per creare e ampliare Palazzo Sanuti offre un ventaglio di soluzioni e sfiziosi collegamenti con realtà parallele o remote, e mette in evidenza tocchi di originalità della facciata, sia rispetto all’esistente in Bologna all’epoca, che come innovazione. Curiosamente, a parte Degli Arienti, molti lacci legano Ferrara e il palazzo bolognese.

Rimasta sola e senza figli, Nicolosa (che morirà solo nel 1505) dona fin dal 1484 la sua magione a Giovanni II Bentivoglio, che spesso la cede al figlio Annibale e a sua moglie, Lucrezia d’Este, figlia naturale di Ercole I, perché gli sposi vi soggiornino. Dopo molti passaggi, intorno al 1739 ecco rispuntare Ferrara, poiché il palazzo viene acquistato dai conti Vincenzi, ferraresi appunto. Sappiamo anche che per abbellire l'edificio bolognese furono trasportati da Ferrara lacerti di parti marmoree di uno dei palazzi dei nobili Fiaschi. Era il preludio di una stagione che dura ancor oggi, essendo trasmessa la proprietà del palazzo, “per li rami”, ad un’altra casata che aveva titoli sia a Ferrara che a Bologna, i Bevilacqua Ariosti.

Ippolito Bevilacqua Ariosti, che oggi conserva, vivendo come gli antenati a Palazzo Sanuti, le memorie ancestrali, precisa alla Nuova che la sua famiglia intendeva, e cerca tuttora, di mantenere vivo un matrimonio culturale fra città amiche, che un tempo avevano interessi comuni più forti, ravvivati dall’appartenenza alla stessa compagine governativa, lo Stato della Chiesa, dal XVII al XIX secolo.

La lettura del libro di Bettini convince che anche in questo caso l’arte è pronuba di feconde nozze culturali.

Micaela Torboli

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