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Da Goro al campo di Mauthausen Il diario ritrovato

In un piccolo taccuino la tragedia di un pescatore «Ho rubato due patate, mi stanno torturando»

«Eravamo nella nostra fabbrica del ghiaccio, qui a Goro. Avrò avuto 15 anni, più o meno. Ad un certo punto è entrato un tedesco a chiedere informazioni e mio nonno Alberto ha iniziato a gridargli addosso. Io sono rimasto sconvolto, mai avrei potuto immaginare che conoscesse quella lingua e soprattutto il perché».

Fausto Gianella, pescatore di Goro, custodisce con cura lettere, documenti e cartoline trovate in una scatola che apparteneva al padre di sua mamma. Nascosto anche un piccolo taccuino, una sorta di diario. Alberto Viviani, nato a Goro nel 1912, ha vissuto l’orrore della guerra ma soprattutto quello del campo di concentramento di Mauthausen. Le lettere inviate alla famiglia sono arrivate prima che fosse internato nel campo degli orrori mentre nelle pagine del piccolo diario è custodita la verità. Alberto Viviani non era ebreo, «la sua colpa è stata quella di non volersi sottomettere ai tedeschi ed ha vissuto pene atroci pur di non venir meno ai suoi ideali».

Viviani fu chiamato in guerra e il 5 giugno 1942 fu trasferito a Bari e imbarcato per la Croazia. Il giorno 7, come si legge nelle pagine del suo diario, fu portato in un fortino vicino Tedo Cataro dove rimase per diversi mesi, fino al 17 settembre 1943 quando alle 4 del mattino iniziò il combattimento contro i tedeschi e Viviano rimase subito ferito alla testa, nella parte sinistra, colpito da alcune schegge di mortaio. «Fui preso e trasportato all’ospedale. Dopo venti giorni i tedeschi sono venuti a prenderci in ospedale e ci hanno messo in un vagone merci; noi feriti cinquanta per vagone, chiusi a chiave per sei giorni, non si mangiava e non si beveva». Dopo due giorni di viaggio il treno fu attaccato dai ribelli, a Zenica, sempre in Croazia e i tedeschi li fecero allora scendere e li portarono in carcere, «tre per cella come se avessimo ucciso dei governanti». Dopo una lunghissima notte, furono rimessi sul treno e il giorno 27 alle 5 del mattio arrivarono a Vienna, in Austria. «Dopo quel viaggio ci hanno dato un barattolo arrugginito per piatto e un pochino d’acqua e miglio, quella era la farina (...) che si faceva lì. Dopo ci hanno destinato il nostro posto di lavoro». Alberto Viviani fu trasferito Berlino centro, insieme ad altri prigionieri russi e francesi nella squadra. «Quando bombardavano gli americani andavamo a raccogliere i morti tedeschi. La fame era grandissima, il nostro trattamento era a frustate (...). Gli americani avanzavano, il pericolo era vicino e i prigionieri furono quindi portati di nuovo in Austria, nella stazione di Linz, dove iniziarono a scaricare vagoni carichi di patate. «Durante il nostro duro lavoro si mangiava qualche patata cruda, perché la fame era terribile. Il quinto giorno di questo lavoro, hanno consigliato a tre di noi di nasconderci quattro patate tra le gambe, per cucinarle in un barattolo, quando andavamo, nelle poche ore di riposo, nella nostra baracca. E così abbiamo fatto». Un errore grave, che costò a Viviani mesi di orrore. «Mentre eravamo in fila quattro per quattro, i signori ci hanno fatto la visita addosso e mi hanno trovato queste patate». Non ci furono sconti, i tedeschi presero il numero di matricola e fecero rapporto. Durante la notte del sedici febbraio, due uomini presero il pescatore di Goro, lo spogliarono «e nudo come stavo, mi hanno portato in un lavandino a doccia; sotto questo lavandino mi mollavano cinque minuti d’acqua fredda e cinque minuti di acqua bollente per il tempo di trenta minuti». Al mattino del diciotto febbraio Viviani fu portato in stazione sempre a Linz e da lì nel campo di concentramento di Mauthausen dove c’erano i forni crematori, e per punizione o per capriccio suo, secondo il suo rapporto per queste famose patate, ho avuto due mesi». Alberto Viiani in quel campo ha vissuto l’orrore e mai una parola su quanto visto è uscita dalla sua bocca. Fame, freddo, torture. Queste le tre parole nel suo diario. Quando è uscito pesava trentadue chili.

Suo nipote Fausto Gianella ha deciso di raccontare, di tenere viva la memoria di suo nonno. «Quando parlavamo della guerra, lui diceva sempre che forse è vero che non sono tutti uguali. Ma che è altrettanto vero che non ne ha mai incontrato uno diverso...».

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