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Quel Cicognara che illumina le sale del Castello

I "colori duri" nella tavola che risale al 1490. «E' come se una parete di Schifanoia fosse qui»

Con Vittorio Sgarbi a Ferrara alla collezione Cavallini Sgarbi

FERRARA. Un grande trono marmoreo, una semicupola decorata a conchiglia e la Madonna al centro con in braccio il Bambino Gesù. Ai lati, sant’Agnese e santa Caterina. La “Madonna del latte tra sant’Agnese e santa Caterina d’Alessandria” di Antonio Cicognara, olio su tavola 1490 (168 x 122 centimetri), è senza dubbio una delle opere più emblema ...

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Con Vittorio Sgarbi a Ferrara alla collezione Cavallini Sgarbi

FERRARA. Un grande trono marmoreo, una semicupola decorata a conchiglia e la Madonna al centro con in braccio il Bambino Gesù. Ai lati, sant’Agnese e santa Caterina. La “Madonna del latte tra sant’Agnese e santa Caterina d’Alessandria” di Antonio Cicognara, olio su tavola 1490 (168 x 122 centimetri), è senza dubbio una delle opere più emblematiche della collezione Cavallini Sgarbi e, conseguentemente, della mostra “Da Niccolò dell’Arca a Gaetano Previati. Tesori per Ferrara”, allestita nelle sale del Castello Estense fino al 3 giugno.

«Antonio Cicognara è un pittore che si divide tra il genio di Cosmè Tura e il senso del racconto di Francesco del Cossa. Con questa opera - afferma Vittorio Sgarbi - è come se una parete di Schifanoia fosse entrata nella collezione qui in Castello. Il quadro attesta una potenza di resistenza minerale. Sembrano “pietre dure” i colori di questo capolavoro».

L’opera realizzata dall’artista cremonese, si trova nella sala “Cofanetti e cassetti, marmi e terrecotte”; la prima delle quattordici sale che compongono il percorso espositivo. L’iconografia proposta dalla pala è quella antica della Vergine allattante dove un erculeo Bambino Gesù, raffigurato completamente nudo e con girocollo di corallo, figura nell’atto di volgere la testa verso lo spettatore, come distratto, distolto dal seno materno; la Madre, assorta, lo cinge con il braccio destro e lo indica con la mano sinistra, come a voler rimarcare l’atto che si sta compiendo. Secondo un prototipo ben consolidato – incentrato sulla commistione di elementi di ascendenza classica e bramantesca con un gusto decorativo dal chiaro sapore squarcionesco – il punto focale della composizione è costituito dal trono; è infatti la struttura tridimensionale di questo a guidare lo spettatore nell’osservazione del gruppo divino.

La “Madonna del latte tra sant’Agnese e santa Caterina d’Alessandria”, o meglio, un dettaglio di essa, è stata scelta anche come immagine simbolo di questa mostra. Sulla copertina del catalogo infatti, capeggia l’estremità superiore del trono marmoreo dal sapore arcaizzante, ovvero la semicupola decorata a conchiglia. «La proposta - spiega Elisabetta Sgarbi - viene da Pierluigi Cerri, che ha curato il catalogo della mostra (ed. La nave di Teseo, ndr) con Andrea Puppa. La scelta è stata fatale e ho avuto pochissimi dubbi. Anzitutto, essendo un particolare, quasi astratto, di un grande dipinto, l’immagine non rimanda a un quadro singolo, ma all’idea di uno spazio aperto, quasi un grembo che accoglie: suggerisce una collezione, appunto, che per sua natura è aperta. In questo senso mi piaceva sottolineare la diversità di questa mostra al Castello da qualsiasi altra mostra in cui comparivano opere della collezione Cavallini Sgarbi, che di volta in volta, riportava la “Vanitas” di Cagnacci, o l’Artemisia, o Guercino. L’intenzione del dettaglio di Cicognara era di sottolineare che la collezione (e il collezionista) sono una ricchezza aperta e maggiore delle singole opere».

Questa mostra in particolare, infatti, a differenza delle precedenti, è pensata appositamente per Ferrara; allestimento impreziosito anche dalle luci, installate nelle scorse ore dal light designer Francesco Murano, e dalle tende rosse fortemente volute dalla Sgarbi per dare al visitatore che entra nelle sale del Castello un senso di “casa”. «Antonio Cicognara - prosegue l’editrice e regista -e il dettaglio scelto del volto sopra la Madonna mi immergono in un mondo pittorico preraffaellesco, fatto di miniature, intersiatori, spigoli, ruvidezze, umori e paesaggi della pianura ferrarese e veneta: tutte cose lontane dai fasti trionfanti di Roma».

Ma non è tutto. Nella scelta e nell’amore che Elisabetta Sgarbi prova per questa opera d’arte c’è anche dell’altro, un rimando alla sfera familiare e privata. Come per il fratello Vittorio, particolarmente affezionato alle due opere di Niccolò dell’Arca perché collegate allo zio e alla madre. «Mio padre, Giuseppe Sgarbi, amava raccontare agli ospiti di Ro Ferrarese, il significato della conchiglia nella iconografia di San Giacomo e del Cammino di Santiago. E nel Cammino di Santiago si intreccia la mia memoria personale - mio padre - e professionale - il primo libro di Paulo Coelho, autore con cui condivido il mio destino di editore. Dunque - conclude -, in quell’elemento, si addensano Piero della Francesca, Giuseppe Sgarbi, Paulo Coelho». Le decorazioni per la cattedrale di Cremona, assieme all’opera in oggetto e alla più arcaica “Madonna con il Bambino” della pinacoteca di Ferrara, firmata e datata 1480, compongono la rosa delle opere certe dell’artista.