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Rumiz, una fiaba senza tempo «Ho scritto per i miei nipoti»

Il giornalista sarà all’Ibs+Libraccio per presentare “La regina del silenzio” «Orgoglioso di essere la voce narrante della European Spirit Youth Orchestra»

L’essenza dell’universo è la vibrazione che si propaga, non la sua immagine riflessa. “La regina del silenzio”, la nuova fiaba di Paolo Rumiz uscita per La nave di Teseo, è un atto di resa nei confronti della musica. Lo scrittore giornalista che del moto ha fatto lo stimolo della sua penna, domani, alle 17, la presenterà all’Ibs+Libraccio di Ferrara (piazza Trento e Trieste) con Davide Maggiore e la testimonianza dei Medici Cuamm.

Si raccomanda subito che sia letta a voce alta. Perché?

«Viviamo circondati da chat e ci stiamo dimenticando l’incanto della nostra voce. Il suono delle parole aiuta a capirne il senso, a liberarne l’energia nascosta».

Dalla superficie del Po alla cima di un faro, nel corso delle sue esplorazioni si è affidato spesso al silenzio, ma lo ha mai temuto?

«Sono tanti i tipi di silenzio. C’è quello di chi ha bisogno di stare solo, che è benedetto, e c’è quello che ti viene imposto nelle relazioni sociali, un atto dittatoriale detestabile e da combattere. Viviamo in un mondo in cui ciascuno è chiuso nel proprio scafandro individuale e non riusciamo a cantare in coro. D’altronde, il disastro del nostro paese non ci porta a essere rivoluzionari, bensì xenofobi. Il motivo è che non mettiamo più a fuoco le cose da lontano».

Ogni personaggio è simbolico, dalla protagonista Mila al re Urdal, dal bardo Tahir al mago Eco, eppure attingono dalla sua realtà. Come li ha trasformati?

«C’è dietro di tutto, dalla voglia di inventare, di evadere dalla verosimiglianza giornalistica, a quella di raccontare una storia ai miei nipotini. Valeva la pena costruirsene una per loro. Poi dietro Mila, in particolare, c’è il miracolo musicale del primo violino dell’orchestra che mi ha ispirato, l’European Spirit Youth Orchestra. Si tratta di una ragazza serba, ora sedicenne, che fino a cinque anni non ha parlato, con grande preoccupazione dei genitori. Qualcosa è cambiato, però, nel momento in cui si è trovata tra le mani lo strumento: le corde del violino hanno sbloccato le sue corde vocali. Ci si è accorti che non apriva bocca per dedicarsi all’ascolto».

E al giorno d’oggi si pratica sempre di meno, c’è troppo rumore.

«Ha svelato una capacità al di là del normale, da prendere ad esempio, estraendo dal suo violino delle meraviglie. Dall’incontro con lei e con altri di questi incredibili ragazzi sono nate le idee».

Quando ha deciso di accompagnarli come voce narrante?

«Era la conclusione perfetta del mio itinerario personale che parte dal bisogno di viaggiare. Bisogno che ha generato il cammino, che ha sua volta ha generato l’andatura, il ritmo e infine il verso. Non a caso, ho scritto “La cotogna di Istanbul” ed è stata la tensione della poesia a dimostrarmi quanto la musica spesso sia superiore al dettato».

Qual è l’intento dell’European Spirit Youth Orchestra?

«Senza essersi mai conosciuti prima, una volta l’anno si radunano da ogni parte d’Europa e nel giro di pochi giorni diventano un organismo unico. Una potenziale Babele che potrebbe sfociare nell’incomprensione, diventa una sinfonia».

Essere capaci di ascoltare l’altro significa anche saperlo rispettare.

«Conservo un aneddoto a proposito: l’anno scorso, in Trentino, alla vigilia di un concerto, 27 componenti su 86 sono andati in ospedale per una violenta infezione intestinale. E la sera successiva ci siamo presentati al concerto con il gruppo quasi dimezzato. Se di fronte a quella sciagura qualsiasi altra orchestra avrebbe rinunciato, loro sono riusciti a produrre un miracolo. I presenti sostituivano gli assenti più affini, così l’oboe il fagotto, di loro spontanea volontà e senza lo spartito».

Perché li ha voluti sostenere proprio con una favola?

«Perché racchiude una metafora, quella della lotta contro poteri politici subdoli che ci governano attraverso un’indigestione da web. Erodono le nostre capacità millenarie di relazione con degli algoritmi. La musica è uno strumento di resistenza, non individuale ma collettivo. A tutti gli effetti un’orchestra vale quanto una falange rivoluzionaria in questa società. E comunica tramite sensazioni e sentimenti prima ancora che con la ragione».

Urdal il Terribile, figlio di Ozran dalla rossa barba e di Ubidaga dal naso adunco: i personaggi, i luoghi e persino i venti hanno nomi specifici. È stato difficile trovarli?

«Basti pensare alla Terra dei Dragomanni o al Regno di Ramadania, che mi hanno impegnato molto. Giravo sempre con un taccuino in tasca sul quale li combinavo, sembrava un almanacco. Il mio scopo era la trasparenza: il suono emesso rivela l’origine del nome».

Matteo Bianchi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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