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Caso Moro e l’Italia cambiò faccia

Il presidente Dc sequestrato dalle Brigate Rosse il 16 marzo. Nelle mani dei terroristi per 55 giorni

Ho ancora nelle orecchie quarant’anni dopo gli ululati continui, laceranti, delle sirene delle ambulanze e delle auto della polizia, il rombo degli elicotteri. Abito alla Balduina, a poche centinaia di metri da Via Mario Fani. La radio prima e subito dopo la tv diffondono la clamorosa notizia: Aldo Moro sequestrato dalle Brigate Rosse, la sua scorta sterminata a raffiche di mitra prima che potesse reagire. Impietosamente comincia a filtrare la notizia: i mitra della scorta stavano nel bagagliaio. Le BR hanno colpito il vertice dello Stato. Ma era proprio impossibile prevederlo?

Era possibile. Ho trascorso quasi tutti il 1977 a Bologna, inviato del “Messaggero”: dal 12 marzo in cui un carabiniere ha sparato ad altezza d’uomo e lo studente Francesco Lorusso è caduto al suolo. È il primo morto “politico” a Bologna dagli anni della Resistenza. L’impressione è stata enorme e da quel giorno le manifestazioni si sono succedute con una sequenza, una frequenza e una partecipazione giovanile impressionanti. Le grandi vetrine infrante di quella città commerciale si presentano come listate a lutto per lo scotch nero, un lutto cittadino per ogni dove. Intanto le BR, Prima Linea e, per loro conto, i fascisti dei NAR reclutano giovani in quella marea di protesta quotidiana indifferenziata. I nostri servizi segreti risultano disarticolati. Per avere dati sulla galassia terroristica bisogna andare fino al cervellone di Wiesbaden. Il Viminale non è attrezzato. Francesco Cossiga del resto, titolare degli Interni, era un brillante uomo di Parlamento, non un culo di pietra organizzativo. Altro che Kossiga.

Il 1977 prepara dunque il culmine del terrorismo. Ma il governo non si prepara al peggio. E arriviamo disarmati al 16 marzo 1978, al rapimento di Aldo Moro che sta preparando l’ingresso dei comunisti nell’area di governo. L’impotenza di Stato appare desolante. Quando vengono a perquisire le nostre case, sono io a indicare le cantine dove potrebbe nascondersi qualcuno. Quando risalgo la sera in auto da via del Tritone a via dei Massimi, alla Balduina, il posto di blocco fra via Prisciano e via Nevio c’è soltanto fino alle 21, poi smonta e di notte le BR possono tranquillamente trasferire nella contigua via Lucilio le auto servite per l’agguato di via Fani. E fanno un figurone.

Quei 53 giorni del sequestro Moro saranno fra i più agghiaccianti e impotenti della nostra storia. L’unico dato positivo è la reazione del Paese. Quando, col tam-tam delle telefonate e delle radio (i cellulari non ci sono), Cgil, Cisl e Uil organizzano un grande comizio a San Giovanni, riempiono la enorme piazza di bandiere rosse e bianche. “Compagni, non cederemo a questi terroristi vigliacchi”, grida dal palco il mio amico Luciano Lama che vedo scortato da tre auto della polizia. E lo ascoltano, ma nelle fabbriche, fino all’assassinio del compagno Guido Rossa, a Genova nel gennaio del ’79, una fascia di omertà verso il terrorismo resiste. Presto, nel vuoto delle indagini che brancolano nel buio, c’è chi propone di trattare con le BR: Bettino Craxi, il Psi, ma sembra strumentale, la Dc è come immobilizzata, la sua sinistra soprattutto, “l’onesto Zac” piange e si dispera.

Per Moro si muoverà concretamente solo Amintore Fanfani con l’appoggio di Paolo VI e lo strumento della Croce Rossa internazionale. Ma è troppo solo. Il resto della Dc rimane freddo e chiuso. Il Pci ancora di più, sa di potersi legittimare come forza di governo, finalmente, e si oppone a ogni spiraglio di trattativa, arroccandosi con altri a difesa di “questo Stato”. Lo scrittore Leonardo Sciascia che non accetta di schierarsi con “questo Stato”, né con le BR, viene accusato di connivenza coi brigatisti. Mi trovo a condurre a Radio 3 “Prima pagina” e le accuse sono insultanti.

Ma Moro non si trova, né si troverà. Arriveranno le sue lettere imploranti, disperate, alla famiglia (con la quale in quei mesi non aveva avuto rapporti eccellenti, mi testimonierà poi il direttore del Tg1 Giuseppe Giacovazzo, suo fedele allievo a Bari e suo autista nelle campagne elettorali in Puglia). Si sentenzierà subito: “Non sono le sue”, “non è lui”. Uomini della Resistenza diranno: “I nostri non parlavano neanche sotto tortura”. Devo ricordare anche al mio maestro Italo Pietra che “I nostri sapevano di morire per la libertà, la giustizia, la democrazia, Moro sa di morire per la Dc” . Niente da fare. Prevale la “fermezza”. Sino alla fine.

Poi scopriremo che i capi delle BR del sequestro sono personaggi veramente da poco, molto mediocri, che ancor oggi parlano invece di tacere, e quando parlano non raccontano la verità. Moro con loro ha parlato, ha mediato, li ha portati in giro, non ha rivelato, che si sappia, segreti di sorta. L’hanno assassinato a freddo non capendo neanche che, liberandolo, avrebbero vinto loro.

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