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«Cagnacci artista erotico e travolgente Un Fellini del ‘600»

Sgarbi racconta “L’allegoria del tempo” esposta in Castello Il critico: questa opera è una metafora della vita umana

In occasione della mostra “Da Niccolò dell’Arca a Gaetano Previati”, una selezione di 140 opere provenienti dalla collezione Cavallini Sgarbi esposte in quattordici sale del Castello Estense, il critico d’arte ferrarese ha scelto di descrivere personalmente “Allegoria del Tempo (La vita umana)”; olio su tela di Guido Cagnacci (Sant’Arcangelo di Romagna, 1601 - Vienna, 1663). Il quadro (108,5 x 84 cm) risale al 1650 circa.

di VITTORIO SGARBI

In una fusione fra l’idealismo indicato da Guido Reni, nella direzione di una bellezza femminile rarefatta e sofisticata, e il realismo caravaggesco, sta Guido Cagnacci, il grande, grandissimo pittore romagnolo di Sant’Arcangelo di Romagna. Trovai il dipinto, esposto sino al 3 giugno prossimo nella mostra “La Collezione Cavallini Sgarbi. Da Niccolò dell’Arca a Gaetano Previati”, negli Stati Uniti, moltissimi anni fa. Si tratta di una allegoria della vita umana, rappresentata dal corpo nudo di una donna bellissima, una donna dal pittore sicuramente amata, che il pittore sente così attraente che, attraverso le sue forme, ci offre una rappresentazione travolgente dei valori erotici, sensuali, carnali. Se si può parlare di idealismo a Bologna, nella figura di Guido Reni e dei suoi seguaci, di realismo a Roma, nella figura di Caravaggio e dei suoi interpreti, c’è una terza via, la via Romagnola, che è la via dei sensi, della carnalità, della bellezza femminile attraente e desiderabile. E così, dando corpo a questa immagine di questa donna con i seni scoperti, Cagnacci si sente come costretto a trasformare il suo piacere, la bellezza sensuale della donna che lui ha davanti, in un’allegoria, e quindi la trasforma in un’allegoria della vita umana, con il serpente che si mangia la coda, l’uroboro, che viene dal mondo egizio e che è il simbolo della vita eterna, attraverso cui passa una luce, che è la luce di un cielo lontano, che taglia l’ombra, e nella quale si vede il fumo della prima testimonianza della fine delle cose terrene e umane, cioè un gruppo di candele che si consumano; e la donna ha inoltre in mano la misura del tempo che scorre, la clessidra.

Lei bella, sensuale, con lo sguardo in estasi, tiene in mano anche una rosa e un soffione. Li tiene con le dita congiunte in modo da alludere alla sessualità, al desiderio su cui il tempo sarà implacabile. Il tempo renderà questa testa di donna così bella, di donna giovane, un teschio; così come, sempre il tempo, protagonista ideale del quadro, ha ridotto al puro gambo e a petali ormai sfioriti la rosa e il soffione. Quindi il quadro è un’allegoria del tempo. Ma questa allegoria non copre ma esalta la bellezza femminile che è il tema costante di Guido Cagnacci, il pittore più erotico, più travolgente, più sensuale della pittura italiana, una specie di Fellini del Seicento. Questa Allegoria del Tempo (La vita umana), o Vanitas, è un’altra interpretazione in chiave caravaggesca della verità della carne: non di una carne in decadenza, la carne dei vecchi, attraversata dal tempo, come nel San Gerolamo di Ribera, sempre in mostra, o nella Cleopatra di Artemisia Gentileschi, anch’essa in mostra. In Cagnacci la carne si rende sensuale; si sente un piacere assoluto per la pittura, in cui lui mostra di essere più versato, più meticoloso di Caravaggio stesso: Caravaggio ha una grande visione, ha una concezione dell’arte assoluta, è inventore di composizioni formidabili, quindi è un uomo di idee, di pensiero; e quando ha un’idea nella testa l’esecuzione pittorica è importante, ma più rapida è meglio è, perché il pensiero è veloce e la pittura deve seguire il pensiero.

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