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In arrivo le pubblicazioni postume di papà Sgarbi

Uno scrittore, ancorché debuttante in tardissima età, è per sempre. È il caso di Giuseppe Sgarbi, padre di Vittorio e di Elisabetta, morto lo scorso 23 gennaio a 97 anni. All’attivo tre libri usciti...

Uno scrittore, ancorché debuttante in tardissima età, è per sempre. È il caso di Giuseppe Sgarbi, padre di Vittorio e di Elisabetta, morto lo scorso 23 gennaio a 97 anni. All’attivo tre libri usciti prima di ricongiungersi all’amata moglie Rina, un quarto postumo e altri due che saranno dati alle stampe prossimamente dalla casa editrice Skira. Dietro il banco si intitolerà con tutta probabilità la raccolta di ricordi dei tempi in cui Sgarbi senior a Ro era il farmacista del paese, come noto un ruolo chiave in un piccolissimo centro. L’ultimo libro (Il viaggio è finito, titolo ancora provvisorio) sarà invece dedicato al rapporto con la vita mediato dal fiume, quel Po che tanto ha rappresentato nell’esistenza di “Nino”. In entrambi i casi si delineano, sulla scorta dei precedenti, volumi di memorie, flussi di pensiero fissati in parole grazie al lavoro dell’editor Giuseppe Cesaro.

Tutto parte da un rapporto di fiducia, frutto della pazienza e della collaborazione reciproca, sulla base della scintilla accesa dalla figlia Elisabetta. «La conoscevo da una decina d’anni – ha raccontato Cesaro -. “Mio papà è una miniera di storie”, mi aveva confidato. “Ho bisogno di una persona che sappia ascoltare, a cui possa affidare i ricordi senza timore di effrazioni nel suo mondo”». E così è stato. Ma come si lavorava con uno scrittore di ottimo livello a sua insaputa? «Vivo a Roma, appena avevo qualche giorno libero mi trasferivo a Ro – continua l’editor -. Ci vedevamo al mattino, lo ascoltavo un paio d’ore. Registravo e prendevo qualche appunto per ricordarmi la sequenza degli argomenti. Dopo pranzo si lavorava un’altra oretta, poi andava a riposare. Io controllavo date e riferimenti geografici e la sera gli facevo una specie di riassunto. Il giorno dopo, a volte, ripeteva ciò che aveva già detto e quando glielo facevo notare annuiva: “Sì, però non ti avevo detto quest’altro”. Così la storia si arricchiva di nuovi dettagli. Era come una conversazione davanti al camino: cercavo di riordinarla facendone un montaggio coerente».

Per poi arrivare al prodotto finale: “Una volta sbobinato il materiale – aggiunge Cesaro - glielo rileggevo e lui si stupiva: “Davvero ho scritto questo?”. Magari correggeva qualcosa. Alla fine mandavo tutto a Elisabetta che rileggeva a sua volta e rispediva per l’ultima lettura di “Nino”, con una grossa lente su caratteri enormi».

Fabio Terminali

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