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Scrivere, una passione che toglie spazio alla vita

Annalena Benini ha approfondito questo tema con dieci scrittori contemporanei «È un bisogno sostanziale: il caso di Anne Frank tanto estremo quanto terribile»

Impossibile scordare la massima di Luigi Pirandello, «la vita o si vive o si scrive», scaturita da una travagliata condizione familiare, ma anche da un’immedesimazione travolgente nelle esistenze altrui grazie a un foglio di carta. E ad una penna ben stretta. Quella di Annalena Benini ha appena dato alle stampe La scrittura o la vita (Rizzoli), un prontuario che entra nelle stanze di dieci autori contemporanei per svelarne sogni e sacrifici, vezzi e paure, ma soprattutto l’esigenza di affidarsi alle parole. D’altronde, sempre Pirandello aggiunse: «io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola». La scrittrice ferrarese, nonché redattrice del Foglio, il prossimo 16 aprile presenterà il suo nuovo libro alla libreria Ibs+Libraccio di Ferrara in compagnia della giornalista Riccarda Dalbuoni.

“La scrittura o la vita”, ma senza poter escludere o asservire l’una all’altra. Perché?

«Ascoltando questi autori e sull’onda dei classici - ci racconta la Benini -, ho compreso che seguire la vocazione della scrittura comporta una sorta di rinuncia a vivere fino in fondo, o comunque a essere presenti alla vita. Avendone una immaginaria molto intensa e totalizzante si ha sempre un piede dentro e uno fuori».

Senza tralasciare le nostre radici culturali, come può la scrittura tenere insieme vocazione e passione nel medesimo atto?

«Intendo la vocazione come l’idea di consacrare l’esistenza a qualcosa di straordinario. Ho scelto questa parola perché mi è stata trasmessa da alcuni degli intervistati alla stregua di una scintilla creativa, perché nelle loro biografie ho scoperto un nucleo quasi inspiegabile e in qualche misura religioso. Un nucleo che divora tutto il resto».

Il fine della scrittura è influenzare la realtà, se non persino cambiarla?

«Credo che il fine sia quello di raccontare la realtà movimentandola. Rivolgendosi agli individui e provocando in loro emozioni, brividi, c’è la possibilità che aiuti i lettori a scendere nel profondo».

E solo una parola “necessaria” può farlo. Il suo esempio di Anne Frank è lampante…

«Scrivere risponde sempre a un bisogno sostanziale. Il suo caso è ovviamente tanto estremo quanto terribile. Della Frank volevo si capisse che non fu soltanto una testimone fondamentale dell’Olocausto, ma anche una grande scrittrice. Si è trovata ad attraversare ed a finire la sua vicenda, purtroppo, in quel momento storico. Il suo diario non si limita a registrare ciò che successe, ma è un’opera compiuta».

“Uno scrittore si sente vicino alle persone più disgraziate, perché avere il fuoco dentro significa vivere in una specie di terra di mezzo, vicina alla disperazione quanto all’esaltazione”, argomenta lei. Ma il tempo di Baudelaire è finito e il dolore tout court non rende migliori.

«La sofferenza è una cosa seria - precisa la giornalista ferrarese -. Chi ho intervistato non la predica, né come atteggiamento maledetto, né come modo per accedere al proprio io lirico. L’esaltazione è dovuta alla riuscita creativa, alla conquista espressiva, mentre la disperazione emerge di fronte al fallimento, o a un’eventualità tale».

Seguendo Albinati, la scrittura si misura con il tempo interiore e non con le lancette ordinarie. Ci consente di essere chi non siamo potuti diventare?

«Scrivere concede un’immensa libertà, ossia vestire panni sconosciuti. Le parole hanno il privilegio di fare miracoli. Melania Mazzucco mi ha confessato che il suo metodo di lavoro è diventare l’altro, immergendosi in una vita diversa. Di fatto sei qualcun altro, ma non necessariamente più felice».

Il nostro panorama intellettuale fino a che punto soffre la vanità dei singoli?

«L’egocentrismo è inevitabile, specie se si racconta il mondo in prima persona. È da distinguere, però, il narcisismo positivo da quello negativo, che toglie invece di dare. Amo che questi scrittori offrano tanto di sé con le loro fatiche letterarie. Per quel che riguarda il loro quotidiano, ho potuto constatare dedizione e disciplina. Lo stesso Albinati ogni mattina va ad insegnare ai detenuti in carcere e non come atto di generosità, ma per sé, perché ha bisogno di segregazione. L’esatto contrario della mondanità. Spendono la maggior parte del tempo a disposizione davanti a uno schermo o ad un quaderno in assoluta solitudine».

Perché ha cominciato a scrivere?

«Ero piccola - conclude - e mi piaceva descrivere cosa vedevo intorno a me, cosa sentivo dentro. Ho iniziato dalla lettura, che mi ha rapito, e mi sono accorta di quanto fosse propedeutica a un’espressione personale».

Matteo Bianchi

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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