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La leggenda Muhammad Alì diventa magia con Buffa

Al Nuovo il giornalista farà rivivere lo storico match con Foreman a Kinshasa «Oggi manca un personaggio così: ha aperto la strada a tutti gli afro-americani»

Venerdì alle 21 al Teatro Nuovo di Ferrara ci sarà uno dei volti più amati della televisione sportiva italiana. Federico Buffa presenta “A night in Kinshasa”, lo spettacolo nel quale racconta l’epico match di pugilato tra Muhammad Alì e George Foreman in Congo. Buffa, attraverso il suo preciso e sognante modo di raccontare questo tipo di storie, donerà al pubblico una serata memorabile e densa di significati. Quei significati che il pugile più famoso di sempre ha saputo dare alla sua carriera, facendo di se stesso l’immagine di una battaglia, quella per i diritti degli afro-americani, che negli anni ’60 e ’70 ha cambiato per sempre il modo di guardare il mondo, non solo quello sportivo.

Perché scegliere proprio il match disputato a Kinshasa, nello Zaire?

«Ho scelto questo match - risponde il giornalista - perché sulla rete televisiva con cui collaboro, avevo costruito i documentari su Muhammad Alì e quando inizi a lavorarci ti accorgi che di materiale ce n’è davvero un’infinità. Lì non avevo avuto la possibilità di parlare di questo match perché o fai una puntata solo su questo, oppure puoi solo accennarlo. Per motivi di produzione ho potuto solo fare un accenno e questo match, che secondo me è addirittura epocale, meritava un approfondimento. A volte, quello che non puoi fare in televisione puoi farlo a teatro ed è questo il caso».

Possiamo dire che questo match è stato il fulcro della sua carriera?

«Sì, in assoluto. Come diceva Norman Mailer, che ha scritto il più bel libro su quel match (La sfida, ndr), Alì in quel momento ha centrato la sua esistenza. Quello è il punto in cui ruota tutta la sua vita, che è stata turbolenta, entusiasmante, contraddittoria. Ogni aggettivo va bene. Quel momento è dove tutto gira».

Al giorno d’oggi servirebbe al mondo un personaggio come Alì? Esiste qualcuno di paragonabile a lui nel mondo dello sport?

«Servirebbe tantissimo, eccome. Ma non esiste nessuno di paragonabile, perché non ci sono più gli anni ’60 e ’70. Ci vuole un momento con un carico ideologico di un certo tipo perché nasca un personaggio del genere. Specialmente nella sua versione originaria, quella legata al riscatto e ai diritti sociali degli afroamericani, è troppo legato a quei decenni».

Eppure quel tipo di problema è presente anche oggi…

« Sì, ed è quello che sostiene Lebron James, che il giorno dopo la morte di Alì lo ha celebrato come l’uomo che ha “asfaltato” la strada per tutti gli afro-americani, i quali sono passati dall’idea di poter essere linciati per aver guardato una donna bianca, all’idea di poter essere su un campo di sport in grado di esprimersi compiutamente. Chi lo ha fatto per primo, rischiando una pallottola in testa, è stato Alì. Quello di Lebron - aggiunge -, mi è sembrato il necrologio più bello di tutti. Il problema che James si pone è: ma se dopo 50 anni dobbiamo parlare delle stesse cose, realmente a che punto siamo arrivati? O non siamo arrivati…».

Come si trova a Ferrara?

«Il motivo per cui io insisto sempre per venire a Ferrara è perché la ritengo in assoluto, insieme a Mantova, la dimensione più bella dell’Italia. Amo girarla di notte. Tempo fa - racconta Buffa -, quando venni per lo spettacolo precedente (“Le Olimpiadi del ’36”, sempre al Nuovo, ndr), andai a letto tardissimo e stava albeggiando. Era un venerdì sera. Avevo cenato, e c’era una zucca meravigliosa, e poi ho girato per la città, in mezzo alle sue luci particolari. Mi sono anche ritrovato in una lettura dell’Ariosto e avrò percorso in totale dieci chilometri. Questa cosa l’ho fatta anche a Verona e a Mantova, però Ferrara ha qualche cosa di diverso. Ci sono queste città italiane meravigliose, che quando non c’è più nessuno e diventano solo tue, non hanno eguali al mondo. E Ferrara, in questo, non la batte proprio nessuno».

Samuele Melloni

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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