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«Ferrara e il Delta mi ricordano l’Emilia che amo»

Attesa per il primo ciak della serie tv di Pupi Avati Il regista: penso ad un film sul libro di Nino Sgarbi

FERRARA. Dopo la caccia alle location e i sopralluoghi tra Ferrara, Comacchio e Tresigallo, Pupi Avati aspetta solo di battere il primo ciak. Nemmeno lui può affermare con certezza quando inizieranno le riprese della sua serie televisiva prodotta da Sky Italia; «presto», si limita a dire. Nel frattempo però il cineasta bolognese che a novembre compirà 80 anni, è tornato in libreria con “Il signor diavolo” (ed. Guanda), un noir ambientato nella profonda provincia del Nord Est e in quei luoghi ...

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FERRARA. Dopo la caccia alle location e i sopralluoghi tra Ferrara, Comacchio e Tresigallo, Pupi Avati aspetta solo di battere il primo ciak. Nemmeno lui può affermare con certezza quando inizieranno le riprese della sua serie televisiva prodotta da Sky Italia; «presto», si limita a dire. Nel frattempo però il cineasta bolognese che a novembre compirà 80 anni, è tornato in libreria con “Il signor diavolo” (ed. Guanda), un noir ambientato nella profonda provincia del Nord Est e in quei luoghi che, inevitabilmente, lo riportano agli anni Settanta e a Ferrara.

Quando e perché ha scelto di scrivere “Il signor diavolo”?

«Questo romanzo inizialmente era un soggetto cinematografico ed è nato dalla voglia di ritornare in quei luoghi in cui tanti anni fa mi recai per raccontare storie che ancora oggi, a distanza di decenni, continuano a vivere. Tornare nel Ferrarese e nel suo Delta, provoca in me forti suggestioni e emozioni e questo farà sì che ci tornerò presto. In attesa di poterlo fare dietro una macchina da presa, ho trasformato quel soggetto in un romanzo gotico di cui sono molto orgoglioso perché i ritmi sono serrati e chi lo ha letto mi ha detto che la tensione narrativa non cala mai. Sono soddisfazioni».

Cosa la lega a Ferrara?

«Provo grande riconoscenza in quella parte della nostra regione perché è rimasta in gran parte immutata, uguale a come era un tempo. La parte più a nord dell’Emilia nel corso degli anni si è industrializzata, è tutto un capannone, e quel paesaggio a me caro non c’è più. Nel Ferrarese, invece, quel mondo che richiama la cultura della civiltà contadina in cui sono cresciuto è ancora vivo. Venendo a Ferrara per i sopralluoghi della serie televisiva, mi sono tornate alla mente quelle mattine di tanti anni fa in cui venivo a Ferrare per vendere surgelati; ho trovato una città quasi immutata. Ferrara, ma forse dico un’ovvietà, è la più bella città dell’Emilia».

All’inaugurazione della mostra Cavallini Sgarbi in Castello c’era anche lei. Visita di piacere o ha in mente qualcosa?

«Sono molto amico di Elisabetta ma oltre che aver partecipato all’inaugurazione per una questione di affetto, devo dire che mi trovavo da quelle parti anche perché ho visitato la casa di Ro. Ci sarebbe infatti l’idea di realizzare un progetto cinematografico tratto da “Lei mi parla ancora”, libro scritto dal padre Giuseppe Sgarbi e in cui l’uomo racconta il lungo amore e la vita insieme a sua moglie Rina. Io e mia moglie non abbiamo 53 anni di matrimonio alle spalle e quindi so cosa significa trascorrere la vita insieme a una persona. Mi piacerebbe, vista questa nostra affinità, poter raccontare quel libro in un film».

Com’è il cinema in Italia?

«Mi pare che prevalgano molto i film con tematiche sociali. Da un lato è un bene ma dall’altro un po’ meno. È positivo raccontare ciò che succede attorno a noi ma bisogna anche stare attenti al modo in cui lo si fa, ai linguaggi che si usano sennò si rischia di incappare in una sorta di “neorealismo da cortile” che dice poco e dura poco. Io ho iniziato a fare cinema dopo aver visto “8 e mezzo” di Federico Fellini; rimasi stregato da quel film che rappresenta un modo di fare cinema totalmente diverso da quello attuale. Il film parla di ciò che il protagonista vive, realtà e immaginazione si mescolano senza però perdere mai di vista il filo del racconto».

Quindi siamo in affanno e un po’ monotoni?

«In altri Paesi il cinema continua ad affrontare generi diversi. Il fantasy, il gotico, noi no... e pensare che una volta tutti questi generi c’erano anche qui, anzi, facevamo persino i western. Questo modo timoroso di fare cinema ci penalizza e all’estero perdiamo pubblico. Ovviamente, come in tutte le cose, vanno fatte le dovute eccezioni; tra queste ci sono i già acclamati Garrone e Sorrentino».

Il rischio è quello di non andare oltre la stagione d’uscita.

«Assolutamente. Ci penso e me ne dispiaccio. A volte quando incontro il pubblico, o tengo lezioni, ci sono ancora ragazzi che arrivano in sala con il dvd de “La casa dalle finestre che ridono” (1976, ndr) e mi chiedono un autografo. Sono passati più di quarant’anni da quel film eppure... vuol dire che qualcosa è rimasto».

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