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«Federico» e l’avvocato

Patrizia Moretti: «Senza l’impegno morale di Fabio non avremmo avuto giustizia»

FERRARA. «Fabio, è morto un ragazzo di diciotto anni. È morto stanotte e c’è l’autopsia». L’avvocato Fabio Anselmo è sul tapis ruolant della palestra quando Alessandra Pisa, socia del suo studio legale, gli parla per la prima volta di Federico Aldrovandi. È ancora solo «un ragazzo» ma non servirà tanto tempo per fare della sua morte, avvenuta all’alba del 25 settembre 2005 in via Ippodromo in seguito a una colluttazione con agenti di polizia, un caso nazionale. Anselmo ci ha scritto un libro ...

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FERRARA. «Fabio, è morto un ragazzo di diciotto anni. È morto stanotte e c’è l’autopsia». L’avvocato Fabio Anselmo è sul tapis ruolant della palestra quando Alessandra Pisa, socia del suo studio legale, gli parla per la prima volta di Federico Aldrovandi. È ancora solo «un ragazzo» ma non servirà tanto tempo per fare della sua morte, avvenuta all’alba del 25 settembre 2005 in via Ippodromo in seguito a una colluttazione con agenti di polizia, un caso nazionale. Anselmo ci ha scritto un libro (“Federico”, edito da Fandango), un progetto non dell’ultima ora che verrà presentato oggi alle 18 alla libreria Ibs+Libraccio di Ferrara. «Sono contenta che sia andato in porto - dice la madre di Federico, Patrizia Moretti -, Fabio me ne parlò fin dall’inizio della vicenda, almeno prima dell’inizio del processo».
Chi le presentò l’avvocato Anselmo?
«Fu l’ispettore della Digos Nicola Solito, un amico della nostra famiglia. Mi disse che dovevo assolutamente procurami un medico legale di fiducia. Non avevo idea di come fare e mi consigliò un avvocato: Anselmo, appunto».

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Il suo rapporto con lui è stato fortissimo in questa vicenda.
«Dico solo che senza il contributo di Fabio e del suo studio non ce l’avremmo fatta. È stato sicuramente determinante: ci ha messo un impegno assoluto, anche se non da subito, come scrive nel libro. Fu un impegno non solo dal punto di vista professionale ma anche morale».
All’inizio eravate soli contro tutti o quasi. Come affrontaste questo ostacolo?
«In tanti mi dicevano di lasciar perdere, perché sarebbe stato come lottare contro i mulini a vento. La controparte era forte e io ero la prima a credere nelle istituzioni, non avrei mai voluto arrivare a un processo mediatico. Ma fummo obbligati: la macchina del fango si mise in moto subito e proseguì almeno fino alla manifestazione di solidarietà organizzata in città un anno dopo la morte di mio figlio».

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Com’è cambiata Ferrara dopo il caso Aldrovandi?
«La nostra è una città dove molto spesso contano le voci, i sentito dire. Dove non succede mai niente, o quasi. Sono state le realtà più grandi, più sensibili a vicende come la nostra, a dare la spinta. A indurre Ferrara a pensarci su: chi ha voluto capire ha approfondito, ma devo dire che ho sentito una grande solidarietà da parte dei miei concittadini, mano a mano che la realtà e la verità no corpo».
Le sentenze di condanna nei confronti dei poliziotti sono una verità giudiziaria definitiva. Ma cosa ancora non sappiamo, cosa resta tuttora oscuro nel caso della morte di suo figlio?
«Molte cose. Perché hanno cominciato a picchiarlo resta un interrogativo, come i motivi di tutta quella violenza che hanno usato. Io avevo sperato che qualcuno tra i coinvolti parlasse».
Ora non ci spera più?
«La loro linea di condotta è stata all’insegna di “uno per tutti, tutti per uno”: strategia difensiva che non è mai mutata. Se qualcuno parlasse metterebbe in difficoltà gli altri quindi no, non credo avverrà mai».

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