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Lo spettro del razzismo e la fuga in Svizzera nell’infanzia dei Pesaro

Storia della famiglia ferrarese che sopravvisse alla Shoah «Dopo la guerra tornammo in città: ci eravamo salvati»

La memoria è importante, serve per consegnare alle nuove generazioni una sorta di consapevolezza per evitare gli errori del passato. Alcuni dei quali disastrosi. Ieri mattina a Ferrara alcuni testimoni della Shoah, scampati alle deportazioni e agli eccidi nazisti, hanno incontrato gli studenti ferraresi. Non in sale conferenze o in luoghi istituzionali, bensì nelle loro abitazione. La porta di casa si è aperta è ha fatto largo alle nuove generazioni. L’evento rientra nell’ambito del progetto “Memoria e testimonianza in salotto”, giunto a Ferrara per la prima volta. Alcuni alunni del liceo Roiti, accompagnati dall’insegnante Giorgio Rizzoni, si sono recati in via Borgo dei Leoni, a casa dai fratelli Renata e Andrea Pesaro (quest’ultimo è l’attuale presidente della comunità ebraica di Ferrara). La mattinata è stata dedicata a chi oggi non può più raccontare, proprio come i nonni Silvio Magrini e la moglie Albertina Bassani proprietari della casa dove ancora i nipoti si ritrovano quando sono in città, uccisi appena arrivati nel lager nazista poiché in precarie condizioni di salute.

«Noi eravamo molto piccoli quando furono emanate le Leggi razziali- ricorda Renata Pesaro – io avevo sei anni ed ero la più grande. Nel 1938 nostro padre lavorava per le ferrovie di Carrara che trasportavano il loro famoso marmo. Dovette lasciare il suo incarico e ci trasferimmo a Vercelli dove fino al 1943 fu alle dipendenze di un famoso pastificio. Poi le cose precipitarono e facemmo solo in tempo a scappare in Val Sesia ospiti di una famiglia. Ma quando ci fu il decreto che puniva con la morte chi dava asilo agli ebrei, mio padre decise che si doveva andare in Svizzera». Il racconto si fa avvincente, tutto è ancora chiaro e vivo nella mente. I Pesaro contattarono alcuni contrabbandieri ed ottennero un appuntamento a mezzanotte in una fumosa e chiassosa osteria. «Ma i nostri salvatori furono arrestati poco prima – prosegue Renata – e comunque trovammo qualcun altro disposto a portarci al confine. Era dicembre ed in montagna c’era la neve ma mio padre ci aveva abituati a camminare nella neve però con scarpe adatte che non potevano essere quelle che aveva mio fratello, scarponcini con i chiodi per cui dovette calzare una specie di pantofola che si inzuppò presto facendolo tossire pericolosamente durante la strada. Però arrivammo finalmente in Svizzera». Erano salvi ma li attendeva un lungo periodo di incertezze e soprattutto di separazioni; prima ospiti di un hotel per circa una settimana, poi il padre fu mandato a sradicare le radici degli alberi, la madre a fare la domestica a Zurigo, i bambini presso famiglie svizzere di Losanna. «Per me fu più difficile l’adattamento – continua ancora la donna – Passai da una famiglia all’altra finché mi prese la mia maestra delle elementari ed infine alcuni cugini di Losanna tra cui il famoso scenografo Lele Luzzati presero mio fratello ed altri di Ginevra mi ospitarono definitivamente».

«Quello che vi stiamo dicendo – ha voluto precisare Andrea Pesaro – lo abbiamo potuto collegare nei fatti e nelle persone molto tempo dopo il nostro ritorno a Ferrara, grazie ad alcuni documenti che ritrovammo in casa dei nonni tra cui un dattiloscritto con un archivio storico della nostra famiglia e della Comunità ebraica a Ferrara fin dal 1226, all’8 settembre 1943».

Poi, quando un allievo chiede come fu tornare a Ferrara, i due fratelli hanno risposto: «Non vi fu risentimento verso chi ci aveva respinto. Frequentammo le scuole, ci facemmo degli amici e ci ritrovavamo mangiando brustoline, perché non c’era altro, raccontando le nostre avventure per fortuna a lieto fine; ma per moltissimi altri non fu così».

Margherita Goberti

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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