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Aldo Moro, l’uomo e il politico secondo Damilano

Il libro racconta i 55 giorni che cambiarono l’Italia L’autore: quella mattina in via Fani c’ero anche io

“Un atomo di verità- Aldo Moro e la fine della politica in Italia” (edizioni Feltrinelli), ultima fatica letteraria di Marco Damilano, direttore del settimanale L’espresso, è un libro diverso da tutti gli altri che trattano il rapimento e l’uccisione del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. È un libro di padri e figli, un viaggio nella memoria personale e collettiva, nei luoghi e nel tempo, con cui l’autore ricostruisce l’immagine dello statista liberandolo dalla prigionia di quei terribili 55 giorni

Scritto in prima persona, scelta che permette a Damilano di rievocare il proprio ricordo di quel tragico fatto, e di ricostruire il lavoro puntiglioso dell’autore, tra la consultazione delle carte inedite e delle foto del politico che la famiglia Moro ha donato al Centro Documentazione Archivio Flamigni, ai viaggi lungo la penisola sulle tracce di Moro e di chi l’ha studiato. Leggendo “Un atomo di verità” si intuisce che non è stato composto semplicemente per l’occasione del 40° anniversario della strage di via Fani, ma è un lavoro di approfondimento che fa emergere la figura dell’“uomo” e dello statista Aldo Moro prima e dopo quel tragico 16 marzo 1978.

Iniziamo da titolo e sottotitolo: “Un atomo di verità - Aldo Moro e la fine della politica in Italia”.

«Il titolo riprende una frase di Moro in una delle sue lettere drammatiche e struggenti scritte durante i 55 giorni di sequestro. “Datemi un milione di voti e toglietemi un atomo di verità e io sarò comunque perdente”, diceva. Mi è sembrata una profezia sulla politica che è venuta dopo di lui, in questi quarant’anni, capace di raccogliere grandi consensi e senza progetto e visione. Una politica che non rappresenta più i cittadini, da questo punto di vista una politica finita».

Perché ha scelto di partire dai ricordi?

«L’agguato di via Mario Fani del 16 marzo 1978 è una data spartiacque per la storia repubblicana, la storia di tutti, e anche per la mia storia personale. Mi trovavo lì, quella mattina, con il pulmino delle elementari, pochi minuti prima della strage. Ricordo quel giorno di guerra, con i genitori terrorizzati che vennero a prendere i figli a scuola. E avevo visto Moro da vicino qualche tempo prima, in una chiesa, pregava inginocchiato e mio papà mi disse che era una persona importante per il nostro Paese. Tutto questo mi ha spinto a scrivere un libro che non è un saggio, ma un viaggio che risponde a una mia esigenza personale».

Il suo libro è frutto di un lungo lavoro di ricerca; che immagine ha ricavato dell’uomo Aldo Moro?

«Memoria e ricerca si intrecciano. Ho una formazione storica e so quanto sia fondamentale un documento e anche quanto sia emozionante avere in ambo una testimonianza che arriva dal passato. Ho potuto conoscere Moro tramite le sue carte conservate nell’archivio dell’ex senatore del Pci, Sergio Flamigni, a Oriolo Romano, lì depositate per volontà della famiglia. L’immagine che arriva è quella di un uomo di Stato, di governo e di potere che non dimenticava mai il senso del limite di quel potere. Nelle quindicimila foto del suo album è sempre vestito di scuro, in giacca e cravatta, anche tra i bagnanti di agosto: il decoro e il rispetto nei confronti degli altri. Era inflessibile e malinconico - continua -, totalmente assorbito dalla politica eppure distante, pensava che senza cultura, sensibilità e curiosità nei confronti delle persone la politica si riducesse a pura tecnica del potere».

Dal libro ha tratto uno spettacolo con la regia di Antonio Sofi e la collaborazione dell’Archivio Flamigni; perché la scelta di fare delle serate-ricordo?

«Sto girando l’Italia: librerie, università, biblioteche, sale di consigli comunali. Ovunque trovo tanta voglia di capire, soprattutto tra i giovani. Così è venuta l’idea di raccontarlo anche sul palco, con semplicità, le sue foto, le sue parole, i suoi video. Con una struttura essenziale, mi assiste una delle migliori intelligenze tra gli autori Rai, Antonio Sofi, con cui ho condiviso l’avventura di Gazebo di Diego Bianchi. E poi Ilaria Moroni, dell’archivio Flamigni, Michele Di Sivo lo studioso che conserva all’archivio di Stato alcune lettere e il memoriale di Moro, Silvia Barbagallo, gli amici della Feltrinelli».

Tra le immagini che mostra nello spettacolo c’è un disegno fatto da un bambino dell’epoca della scuola elementare di Tresigallo. Perché ha scelto proprio questo? Sa come si chiamava quel bambino?

«Non conosco quel bambino, ho trovato il disegno tra i tanti che arrivarono nella casa di Moro durante il rapimento, conservati dalla moglie Noretta. Disegni, letterine che testimoniano l’emozione del Paese. Ho affidato a quel disegno e a quel bambino il racconto dei 55 giorni, più potente delle tante immagini e di alcuni racconti stereotipati ascoltati in queste settimane, sopratutto da parte degli ex brigatisti, con il loro carico di cinismo, compiacimento, menzogna».

Esiste oggi un’eredità della politica di Aldo Moro o la politica ha perso quella dimensione rimanendo schiacciato nel presente?

«Trovare un erede sarebbe tradire la storia. Un amico di Moro, seguace della sua lezione e della sua eredità politica, c’è, si chiama Sergio Mattarella. Il fratello del presidente Piersanti era un moroteo e fu ucciso nel 1980. Per il resto, non c’è più quella politica, e poi quei partiti, quella società. Resta un metodo: il dialogo e l’inclusione, il collegamento tra le istituzioni e i cittadini. Un’eredità difficile, anche in questo caso».

Quanto è viva oggi la memoria di Moro?

«Moro è stato a lungo rimosso. Molti italiani lo ricordano solo perché è stato rapito e ucciso e non sanno il perché. Il mio obiettivo è raccontare Moro prima di quei 55 giorni e noi in questi 40 anni senza di lui. Liberare Moro dal caso Moro. Ritrovare Moro. Riconsegnarlo alla sua dignità di uomo e di politico, per ricostruire un pezzo della storia di tutti noi».

Veronica Capucci

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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