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Finardi, quarant’anni da “Extraterrestre” vissuti a ritmo di blues

Il cantautore sabato sarà in concerto a Porto Garibaldi «Il palco è il mio posto, è lì che mi sento più comodo»

Eugenio Finardi, “Extraterrestre” da quarant’anni e non per modo di dire. Correva l’anno 1978 quando sugli scaffali compariva in vinile e in audiocassetta il suo “Blitz”, album che in apertura aveva proprio la celebre canzone indimenticata e indimenticabile. «Extraterrestre portami via, voglio una stella che sia tutta mia», cantava il cantautore milanese che oggi, a distanza di quarant’anni continua a calcare i palchi di tutta Italia portando avanti il suo discorso. Sabato Finardi si esibirà sotto le stelle di Porto Garibaldi, “succursale” per due giorni (domenica musica in valle) della XXIX edizione del Ravenna Festival. Il suo concerto rientra negli appuntamenti che compongono la settimana dedicata alla chitarra elettrica.

Finardi, cos’è per lei il blues e quando l’ha scoperto?

«Io appartengo alla generazione del blues. Ero un ragazzo “bianco” che è cresciuto scoprendo e ascoltando una musica “nera”. Quelli che come me erano adolescenti negli anni Sessanta sono cresciuti con i Rolling Stones, Eric Clapton, i Led Zeppelin, leggende del rock che però affondavano le loro radici nel più “antico” blues. Io vengo da lì. Poi nella vita si intraprendono strade e percorsi diversi ma il grande amore, come quello che si prova per la propria madre, non passa mai e ti accompagna per tutta la vita».

Cosa sono stati per lei gli anni Sessanta e cos’ha rappresentato questa musica?

«Il Sessantotto è iniziato prima ed è finito dopo. Sono stati anni di grande cambiamento. Anni di libertà, amore, battaglie. Negli anni ’60 qualcosa è cambiato, abbiamo preso posizione, siamo diventati consapevoli. Tutto succedeva in fretta ed era bellissimo; era una rivoluzione e il blues era la colonna sonora di tutto questo».

E per lei oggi cos’è il blues?

«È la mia musica segreta. Lo suono ancora. Quando sono a casa mia, sul divano con la televisione spenta o muta mi metto a suonare la chitarra e dalle sue corde esce il blues».

Nel 2005 ha pubblicato “Anima blues” un vero omaggio a questo genere.

«Avevo voglia di mettermi in gioco, ancora una volta. Volevo rendere omaggio a quel suono che mi ha dato così tanto e che mi accompagna fedelmente da decenni. “Anima blues” è un po’ il disco dei miei sogni, uno di quelli che restano nel cassetto per tanto tempo e poi quando esce dici: “Ah eccolo qui, è proprio lui”. Ecco cos’è per me quell’album».

Sabato sul palco di Porto Garibaldi ritroverà il “suo” batterista Vince Vallicelli. Che serata sarà?

«Io e Vince Vallicelli, batterista e percussionista che fu al mio fianco durante quelle registrazioni, suoneremo di nuovo insieme e sarà bello. Con noi ci saranno altri musicisti che spero possano diventare per me anche nuovi amici, nuovi fratelli del blues».

Quarant’anni fa usciva “Blitz” uno dei suoi dischi più celebri. Se le avessero detto che quarant’anni dopo si sarebbe ritrovato ancora sul palco ci avrebbe creduto?

«Assolutamente no. È passato tanto tempo ed è incredibile. Quando ho iniziato non avrei mai immaginato di potermi ritrovare, quarant’anni dopo, ancora sul palco a cantare le mie canzoni. Sono molto grato al pubblico per questo perché il palco è il mio posto, è lì che mi sento più comodo».

Come sente la musica di oggi, cosa le piace?

«Di musica ce n’è tantissima. Si possono scegliere un’infinità di generi. Cercando nei meandri della rete o dei negozi di dischi si possono scoprire un sacco di cose nuove e interessanti. A me, per esempio, in quest’ultimo periodo - chiude - piace perdermi tra gli artisti indipendenti egiziani. Su Spotify c’è di tutto, liste di canzoni incredibili. C’è molto da sentire se uno ha voglia di uscire dai binari convenzionali e prendere una via sconosciuta».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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