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Stasera “Autori a Corte” apre con lo scrittore padovano Il suo giallo storico è ambientato nel Maghreb ai tempi di Carlo V 

Carlotto racconta “I cristiani di Allah” «Il noir non tiene il passo dei tempi»

Non aveva intenzione di dedicarsi a un giallo storico, ma è stato più forte di lui. Massimo Carlotto ospite di “Autori a Corte” presenta i suoi Cristiani di Allah (e/o) oggi alle 21.30 nel cortile di...

Non aveva intenzione di dedicarsi a un giallo storico, ma è stato più forte di lui. Massimo Carlotto ospite di “Autori a Corte” presenta i suoi Cristiani di Allah (e/o) oggi alle 21.30 nel cortile di Factory Grisù, in via Poledrelli. Mentre camminava per le strade di Algeri con un amico archeologo lo scrittore padovano si è imbattuto in una moschea intitolata ad Alì Picenin, di origini chiaramente veneziane. E quel cognome veneto, che in vernacolo riecheggia l’aggettivo “piccino”, è stato un’identificazione, un incipit irrinunciabile. Allora i corsari facevano forse più paura dei fondamentalisti odierni e della loro strategia del terrore, ma a parti invertite. Il potere riconosciuto li condannava poiché saccheggiavano le ricchezze dell’impero di Carlo V per venderle ai protestanti. Carlotto sceglie di focalizzarsi sulle vicende umane, sulle piccole conquiste che nonostante un mare di contraddizioni hanno resistito al corso del tempo.

Sbagliamo o in quel momento storico ci fu una massiccia immigrazione verso il Maghreb?

«Mi interessava il periodo perché se in apparenza Carlo V faceva “l’europeista”, dall’altro la nobiltà dell’epoca ha sfruttato e affamato masse di poveracci».

Fu sostanzialmente un fallimento politico…

«Che portò le città corsare magrebine a diventare un punto di riferimento per sfuggire all’oppressione. Il Mediterraneo era il centro di uno scontro economico che si manifestava attraverso la guerra di corsa. Uno scontro di una portata oggi difficilmente immaginabile».

Già da titolo si percepisce la provocazione: combattere in nome della religione per una presunta libertà era strumentale?

«Era un tornaconto assoluto. Per tre secoli i rinnegati che avevano ottenuto il controllo delle città corsare hanno tenuto lontano il potere religioso e paradossalmente si occupavano dei più poveri. L’Impero Ottomano dimostrava quanto non avesse interesse nelle conversioni; basti pensare a che ruolo avevano i giannizzeri. Erano mercenari al saldo del califfo di turno».

Il fatto che i rinnegati avessero carta bianca cos’ha provocato?

«Ha condotto a sviluppi sociali impensabili dal punto di vista culturale e della libertà individuale. Grazie a loro pure gli schiavi cristiani avevano la possibilità di emanciparsi per mezzo del denaro e levarsi di dosso le catene. Solamente la condizione femminile restava terribile come nel rispettivo Occidente».

Tra i protagonisti Othmane e Redouane ha aggiunto l’amore. Era forse una forma di riscatto?

«Più di un omosessuale è finito nei porti corsari del Maghreb, al pari degli alchimisti. Chiunque fosse considerato estraneo alla legge morale del cattolicesimo fuggiva; esattamente come gli ebrei e nessuno li toccava. C’era una dimensione di tranquillità riconosciuta e rispettata».

Ad Algeri è riuscito persino a farsi aprire la Cittadella…

«Merito dell’Istituto di Cultura Italiana. Nella Cittadella ho reperito una quantità enorme di documenti tradotti dagli studiosi francesi. È scoraggiante che nessuno vada a scavare dentro quegli archivi sterminati, dei quali molti sono stati bruciati durante la guerra civile e sono andati perduti».

Si è lasciato trasportare a ritroso?

«Ho avuto l’opportunità di cominciare questo romanzo dal punto esatto in cui Assanaga e gli altri guardavano la flotta di Carlo V».

Seguendola in “Tre passi nel buio” (minimum fax), il pamphlet che ha pubblicato con D’Andrea e De Giovanni, quali sono gli scrupoli che non abbandona per scrivere un noir?

«Non ho mai smesso di sperimentare. Il genere invecchia e spesso ci si adagia su modelli narrativi obsoleti quando la società si trasforma di continuo. L’ingrediente fondamentale del noir, che rispecchia il suo ruolo, rimane la realtà». —

Matteo Bianchi

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