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L’anima ferrarese di Celati Intellettuale senza radici in viaggio su strade provinciali

In moto perenne tra l’Italia e il resto del mondo, alla ricerca di storie di vita quotidiana Lo scrittore: sono un classico malinconico che appena vede un po’ di desolazione si illumina d’immenso

«Non credo all’identità locale, quella la lascio per degli altri, non credo all’appartenenza a un territorio, non credo alle cosiddette radici, e mi dispiace dirlo». Gianni Celati è uno scrittore (un regista, un critico, un traduttore) impossibile da assegnare a un luogo, a una patria, essendo sradicato completo, sempre in viaggio, camminando, fin da piccolo, e decisamente refrattario tanto al concetto di patria quanto a quello di radici, come si vede da queste sue parole con cui ho voluto c ...

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«Non credo all’identità locale, quella la lascio per degli altri, non credo all’appartenenza a un territorio, non credo alle cosiddette radici, e mi dispiace dirlo». Gianni Celati è uno scrittore (un regista, un critico, un traduttore) impossibile da assegnare a un luogo, a una patria, essendo sradicato completo, sempre in viaggio, camminando, fin da piccolo, e decisamente refrattario tanto al concetto di patria quanto a quello di radici, come si vede da queste sue parole con cui ho voluto cominciare.

Celati è nato a Sondrio (ma solo per caso), poi si è trasferito con la famiglia a Trapani, poi a Belluno, ha frequentato il liceo, prima il Galvani poi il Minghetti, a Bologna, dove ha vissuto a lungo, insegnando all’università e dove il suo magistero è ricordato da molti. Ora Celati sta sulle colline di Brighton, in Inghilterra, con la moglie Gillian, dopo avere girato parecchio e non essere stato fermo un secondo: Londra, la Tunisia, gli Stati Uniti, Parigi, Noron-L’Abbaye in Normandia, Zurigo, il Senegal, il Mali.

la campagna ferrarese

Oggi Celati è considerato uno dei maggiori narratori e intellettuali contemporanei, la sua opera è studiata in tutto il mondo, con recenti convegni tenutisi a Leicester, a Copenaghen, e l’ultimo, durato tre giorni, nel 2016, in Irlanda, all’università di Cork e all’Istituto di cultura italiana di Dublino, mentre il prossimo sarà a Strasburgo, a novembre. Bologna l’ha celebrato nel 2013 con una serie di manifestazioni, incontri, letture, concerti, visioni di film. Reggio Emilia ne ospita i diari, gli appunti, le lettere, i libri, tutto donato dallo scrittore alla biblioteca “Panizzi”.

Eppure, Celati è uno scrittore ferrarese. Lo è non solo e non tanto perché ha raccontato storie raccolte nelle zone del delta del Po, nei suoi libri celebri degli anni Ottanta, Narratori delle pianure, Quattro novelle sulle apparenze e Verso la foce, ambientandone i racconti a Stellata, Bondeno, Pontelagoscuro, Francolino, Ruina, Saletta, Tamara, Final di Rero, Tresigallo, Jolanda di Savoia, Le Contane, Ariano Ferrarese, Mezzogoro, Codigoro, Migliaro, Massa Fiscaglia, Portomaggiore, Dogato, Consandolo, Traghetto, Ostellato, Anita, Comacchio, Porto Garibaldi, Goro, Gorino, Argenta.

ariosto ritorna

Li cita tutti, questi nomi di paesi spesso dimenticati, mette persino una mappa dove appaiono, e ne cita molti altri delle zone limitrofe, come a ricostruire una geografia interiore, come se quei versi della satira settima dell’amatissimo Ariosto che ogni ferrarese può leggere in una targa un po’ nascosta, ma posta nel luogo giusto, dietro alle colonne con le statue di Borso e Niccolò D’Este, proprio di fronte al duomo, e dove Ariosto dichiara la propria impossibilità di stare troppo tempo lontano da Ferrara, la sua città d’adozione, fossero validi anche per lui, per il nomade, camminante, sradicato Celati: “E s’io non fossi d’ogni cinque o sei mesi stato uno a passeggiar fra il duomo e le due statue dei marchesi miei, da sì noiosa lontananza domo, già sarei morto”. Infatti, a Ferrara Celati è sempre tornato e ogni tanto torna ancora, per andare a trovare i parenti e la prima moglie Anita, francesista, per metà tunisina e per metà ferrarese, colei che gli permise di tradurre Céline, per Einaudi, negli anni Settanta.

alla ricerca del quotidiano

Ci torna e lo mette nei racconti, come quando in Verso la foce scrive che è andato a vedere il trittico di Cosmè Tura nel museo della Cattedrale, che ha dormito nell’albergo della piazza dietro il Castello, che ha cenato in un ristorante a San Giorgio. San Giorgio, il luogo dove Celati apre la sua carriera di regista, con il primo documentario Strada provinciale delle anime, che esce nel 1991. San Giorgio, dove Ferrara è nata, con uno dei suoi primi insediamenti, e dove ha passato l’infanzia Michelangelo Antonioni, altro gigante ferrarese, a cui il cinema mondiale ancora guarda come una dei più grandi registi di sempre, e a cui Celati si richiama continuamente quando parla dei propri documentari, con riferimenti espliciti a Gente del Po e L’avventura.

In Strada provinciale delle anime, Celati raccoglie tanti amici, tra cui il fotografo Luigi Ghirri e scrittrici e scrittori come Marianne Schneider, Ermanno Cavazzoni, Jean Talon, Daniele Benati, Grazia Verasani, ma soprattutto i suoi parenti ferraresi, a partire dagli zii muratori e sarti. Li carica tutti su una corriera blu, di quelle che si vedono ancora, e percorre con loro la zona della valle del Po, da Ferrara a Comacchio. È un modo di continuare il lavoro sul paesaggio che aveva fatto con Ghirri al tempo di Viaggio in Italia e da cui erano nati i libri degli anni Ottanta, in nome di quella che Ghirri, citando Cesare Zavattini, chiamava la “qualsiasità”, l’importanza di ogni luogo, anche quelli non straordinari, apparentemente insignificanti, non da cartolina.

Il cinema, rispetto alla letteratura, è qualcosa che si fa con gli altri. Celati riunisce tutta quella gente per creare una quotidianità con cui approcciarsi ai luoghi normalmente non visti, che nessuno nota, perché considerati banali, osservandoli invece attentamente, riempiendoli di attenzione e di affetto per il mondo com’è, per tutti quei riti quotidiani che avvolgono l’esistenza.

Un’osservazione intensa che per lo scrittore è capace di renderci meno apatici, più legati agli altri e, anche, a noi stessi, suggerendo l’inimmaginabile che sta sempre attorno a noi. Il legame tra Celati e Ferrara va oltre l’ambientazione di quelle storie, riguarda la sua attitudine più profonda: “Io sono un classico malinconico ferrarese, che appena vede un po’ di desolazione s’illumina d’immenso”, dice nel film di Davide Ferrario Mondonuovo, dove è voce narrante e ispiratrice e dove accompagna lo spettatore in diversi luoghi del ferrarese.

radici

Il legame con Ferrara informa tutte le sue narrazioni, perché ha a che fare con l’aspetto che più caratterizza la sua opera: la lingua. Quando si deve presentare, in uno dei primissimi saggi che pubblica, Celati fa riferimento proprio a questo sua connessione viscerale con Ferrara, e nomina Bassani. È il 1965 e Celati sta preparando la tesi di laurea sull’Ulisse di Joyce, opera da lui tradotta molto tempo dopo, al termine di un lavoro durato sette anni: “sono di stirpe autenticamente ferrarese, come il Bassani Giorgio delle cronache”.

Ferrarese di famiglia, dunque, e in famiglia impara la sua unica lingua madre, lui che tradurrà dall’inglese, dal francese e dal tedesco: “l’unico dialetto che posseggo, nell’interezza delle sue forme lessicali, morfologiche, sintattiche è appunto il dialetto ferrarese, appreso in famiglia, nonché in loco, e cioè a Ferrara, dove per molti anni vissi e mi educai”. Così, al momento di scrivere uno dei suoi libri più rivoluzionari, Le avventure di Guizzardi, in cui il linguaggio del protagonista vuole da un lato riprodurre nel lettore, come già in Comiche, gli effetti comici dei film muti di Charlie Chaplin, Laurel and Hardy e dei fratelli Marx, dall’altro usare il ritmo jazz, Celati ha in mente soprattutto la cadenza da “nenia” di sua madre ferrarese.