DOSSIER / Comacchio, orgoglio di gente: “Che sa farsi rispettare”

L’etimologia del nome ed i testi antichi che riferiscono di un popolo fiero 

COMACCHIO. Com’è largamente noto, sulle incerte origini e sullo sviluppo economico, urbanistico, demografico e politico di Comacchio negli anni successivi, si sono confrontate le menti di molti studiosi (prevalentemente locali), non senza temerarie invasioni perfino nei fertili terreni della fantasia, della leggenda e del mito.

La stessa etimologia della parola “Comacchio” è stata poi sottoposta a molteplici e curiose interpretazioni, suggerite di volta in volta o da antichi documenti storici, oppure da tradizioni orali collegate ad incerti legami filologici derivati da colte frequentazioni latine o bizantine. Sull’argomento doviziose informazioni, in ultimo (1978), si possono ricavare dalla “Storia di Comacchio”, dell’architetto Diego Maestri che, tracciando un profilo della città dalla presunta nascita sino all’avvento dello Stato unitario nazionale, si confronta con i vari contributi forniti nel tempo (Ferro, Bellini, Bonaveri, Malagù padre e figlio, Samaritani, Alfieri, Tagliatti, Bondesan, Uggeri, Uggeri-Patitucci).

Le origini

Sulla base di un complesso di prove storiche il Maestri arriva alla conclusione che la nascita di Comacchio non può che essere collocata tra la fine del primo secolo e l’inizio del secondo secolo dell’era cristiana. Del resto, come aveva documentato in precedenza Antonio Samaritani, il vescovo comacchiese Pacasio (o Pacaziano) aveva partecipato al Concilio romano indetto nel 503 da Papa Simmaco e pochi anni dopo, nel 527, Comacchio era entrata a far parte dell’Esarcato bizantino con Ravenna capitale. Segnali, questi, di un’importanza storica, militare e religiosa che certamente avrà avuto necessità di una lenta ma progressiva crescita proprio a partire da un precedente periodo tardo-romano. Il Maestri purtroppo non si sofferma più di tanto sugli aspetti etimologici del toponimo “Comacchio”, chiamato di volta in volta nei diversi documenti “Comaclum”, ”Comaclio”, ”Commiaclo ” e via dicendo, e con significati peraltro non univoci: c’è chi fa riferimento a “conventus navium minor ” (rispetto alla vicina Classe ravennate) ; qualcuno a “viatico militare” ; altri ad argine” ed, infine, a “rete”, “piccola onda” ed altri ancora. Si è costretti così, al momento, a restare nel mistero etimologico, in attesa magari di qualche improvvisa definitiva illuminazione. Nè ci aiutano, sotto questo profilo, nemmeno due autori che invero non compaiono, per quanto ne sa l’autore di questa breve divagazione, nella bibliografia relativa alla città di Comacchio: Basilio Amati e l’Edrisi, che pure ai loro tempi, sia pure marginalmente, ebbero modo di imbattersi nelle vicende della città lagunare.

Basilio Amati era figlio di quell’illustre Pasquale Amati che aveva coperto, sino alla data della morte (29 agosto 1796), la cattedra di Giurisprudenza Pubblica e di Pandette nella Pontificia Università degli studi di Ferrara. Nativo, come il padre, di Savignano sul Rubicone, sede della prestigiosa Accademia dei Filopatridi, lasciò tra le sue carte un’operetta erudita (“ Le origini Romagnuole”), pubblicata postuma, nella quale descrive città e paesi della Romagna. Vi compare anche Comacchio, ossia “Cumaclum” o “Cymaclum” che – scrive l’autore - “significano in greco fluttuante, e provengono direttamente da Cuma, città distrutta vicino a Pozzuoli, da cui il Cumero monte di Ancona dibattuto dal mare, e Cyme città dell’Eolia”.

Linguaggio oscuro

Il linguaggio, come subito si avverte, appare alquanto oscuro, e si fonda esclusivamente sull’autorità di Cornelio Nepote, uno scrittore latino-padano del primo secolo a.c. , un compilatore più che uno storico. Se fosse comunque vera la “ notizia” tramandata da Cornelio Nepote, s’imporrebbe a questo punto non solo una retrodatazione della nascita di Comacchio di almeno qualche secolo, ma anche un approfondimento dell’ipotesi di un’origine campano-napoletana dei primi abitanti comacchiesi. L’altro autore, al quale questa nota vuol fare un breve riferimento in rapporto alla Comacchio nel Medio Evo, è l’Edrisi (lunghissimo si rivela il suo complicato nome in lingua araba), un geografo assai importante (lo Strabone degli Arabi), nato nel 1099 a Ceuta, città del Marocco sud-occidentale dello Stretto di Gibilterra, e morto probabilmente dopo il 1154. In quegli anni, come si sa, regnava in Sicilia, Italia, Longobardia e Calabria, il Re normanno Ruggero II, al quale, secondo il racconto dell’Edrisi, “piacque d’appurare le condizioni dei suoi Stati e ritrarle con la certezza della riprova”. Fu promosso quindi un vasto ed ambizioso programma geografico con lo scopo di diradare la confusione dei libri antichi e le approssimazioni di tanti incerti viaggiatori. Ruggero quindi fece venire alla sua Corte, da tante nazioni, i migliori esperti del tempo nelle discipline geografiche, astronomiche e geometriche, e li fece lavorare intensamente sino alla pubblicazione di un libro illustrato sulle condizioni economiche di ciascun paese e contado, nonché sulla configurazione di mari, fiumi e monti. Coordinatore di questo immenso lavoro, durato oltre 15 anni, fu proprio l’Edrisi, chiamato a Palermo, allora sede dell’Impero d’Occidente, nel 1.145. Il libro venne scritto in lingua araba ed è conosciuto con il titolo “Sollazzo per chi si diletta di girare il mondo” (in realtà nel bacino mediterraneo è pure ricordato con i titoli “Il libro di Ruggero” o “Geografia di Edrisi”.

Soltanto molti secoli dopo, per merito di studiosi arabisti come Michele Amari e Cesare Schiaparelli, il libro, nella parte che tratta l’Italia e le terre adiacenti, venne tradotto in italiano e letto nella seduta del 17 dicembre 1876 alla Regia Accademia dei Lincei. Successivamente, nel 1883, per impulso del Ministro della Pubblica Istruzione Ruggero Bonghi ( allora i ministri della Minerva venivano selezionati accuratamente per cultura, intelligenza, capacità operativa, indipendenza di giudizio e severità nella conduzione degli studi di alunni, insegnanti e dirigenti delle scuole), il libro raggiunse un vasto pubblico (riportava, nella prima parte, la traduzione in italiano e, nella seconda, quella araba propria del Medio Evo).

Perché questa premessa? Perché nella Carta relativa all’Italia disegnata dall’Edrisi e dai suoi collaboratori compare, in lingua araba, proprio il nome di Comacchio. Segno ulteriore di una rilevante importanza della cittadina lagunare intorno all’anno Mille. E’ trascritto in Qumal.gah., all’interno di un vasto compartimento territoriale che comprende, tra l’altro, il “mare dei veneziani” e diverse città (Ancona, Fano, Pesaro, Rimini, Cervia, Ravenna, Grado e Trieste ).

Il lavoro dell’Edrisi

Giova aggiungere che l’Edrisi lavorò contemporaneamente su documenti, sia antichi che moderni, nonché su portulani di diversa provenienza, per cui talvolta restava perplesso, come esattamente osserverà in seguito lo Schiaparelli, cioè non sapeva a quale documento affidarsi. Per esempio, a proposito di Ravenna, l’Edrisi afferma che è “la capitale dei Veneziani che vi tengono 100 navi”. Ma appare evidente che intendeva riferirsi all’Esarcato di Ravenna, cioè al VI secolo; e poiché nel testo si fa riferimento a Comacchio, ciò vuol dire che questa città esisteva ed era florida e che pertanto la sua origine può essere stabilita intorno al periodo tardo romano antico.

Scrive in proposito l’Edrisi:” Da Ravenna a Qumal.gah, città grande e ben difesa, posta alla marina, cinquanta miglia”. A questo punto sembrano utili due precisazioni: l’espressione “ ben difesa ”, in un altro codice, quello conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi, impreziosita da ben 69 carte geografiche, presenta il termine più persuasivo: “ ubertosa ”; inoltre vale la pena di sottolineare che le miglia marine indicate dall’Edrisi fanno riferimento al miglio ordinario od arabo che corrisponde generalmente al miglio siciliano (mt. 1487), di sei miglia superiore a quello romano (mt. 1481). Nell’appendice seconda del libro dell’Edrisi, infine, appare una seconda citazione relativa a Comacchio: “Da Ravenna alla città di Qumal.gah, città illustre e popolata ove (stanzia) gran numero di navi, cinquanta miglia. La popolazione è temuta e rispettata dai vicini . Ci troveremmo quindi in presenza di una città adriatica che dà riparo ad un’imponente flotta, che è grande e ben difesa e che sa farsi temere e rispettare dagli abitanti dei paesi vicini”.

Un’osservazione, quest’ultima, che forse avrebbe dato origine a quella beffarda e popolare cosmogonia lagunare di un Universo tripartito orgogliosamente in comacchiesi, villani e lagotti.

Giuseppe Inzerillo

(ex provveditore

agli studi di Ferrara)

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