Per riavere la casa deve accudire 56 cani

La vicenda paradossale di una proprietaria: l’abitazione trasformata in allevamento, lo sfratto non è possibile

La serranda del garage è chiusa ma all’esterno arriva, inconfondibile, il suono di un coro di latrati. Poco dopo un uomo esce in giardino e si avvicina alla rete di recinzione che lo separa dall’Ufficiale giudiziario e dalla donna che, nel 2008, credeva di aver affittato la sua casa di Fondo Reno a un’anziana signora per uso abitazione.

Non è la prima volta che l’uomo incontra l’Ufficiale giudiziario. Per la precisione è la sedicesima, uno stillicidio di accessi e rinvii cominciato nel settembre del 2011, pochi mesi dopo la sentenza con cui il tribunale di Ferrara, il 20 aprile, aveva annullato il contratto di affitto per inadempienza e ordinato di lasciare l’immobile «libero da persone e vuoto da animali e cose proprie alla data del 31 maggio 2011».

Sfratto mancato. Ma tra lo sfratto e la sua effettiva esecuzione c’è di mezzo un numero imprecisato di cani: 56, secondo la verifica svolta dalla polizia municipale. Cani che, in mancanza di altre soluzioni, dovrebbero essere affidati in custodia nientemeno che alla proprietaria della casa occupata, aggiungendo così al mancato introito dell’affitto e al pagamento dell’Imu sulla seconda casa, anche le spese per il mantenimento degli animali.

«È un suo problema». «Mi trovo in una situazione assurda e snervante. E non so come venirne fuori», si sfoga la signora.

Ieri l’ennesimo accesso con l’Ufficiale Giudiziario si è concluso con l’ennesimo rinvio. Lo sgombero, ha ribadito il pubblico ufficiale, potrebbe essere messo in atto, ma poi dove finirebbero i cani? «Questo è un problema suo», ha replicato lo sfrattato alla padrona di casa, prima di firmare il verbale, girare i tacchi e rientrare in casa. Che poi, a ben vedere, l’uomo non è nemmeno stato sfrattato, visto che del contratto di affitto è titolare la madre.

Il contratto. Era il 2008, racconta la legittima proprietaria della casa, quando decise di affittare l’immobile registrato al catasto a uso abitativo: quattro vani più i servizi, un piano rialzato e un garage che comunica con l’abitazione attraverso una scala interna. E un giardino affacciato sulla strada. Il contratto viene stipulato a norma di legge, per qualche mese tutto fila liscio e l’affitto viene pagato puntualmente.

56 cani. I guai cominciano quando la signora si rende conto che la casa è occupata da una coppia (lui risulterà essere il figlio dell’affittuaria “ufficiale”), ma soprattutto che è piena zeppa di cani. Quanti di preciso glielo dirà l’accertamento eseguito il 18 aprile 2009 dalla Polizia municipale insieme al Servizio Veterinario dell’Asl. Gli agenti registrano «la presenza nel prato antistante l’immobile locato di 56 cani (tra cui tre fattrici, numero sufficiente a integrare la detenzione ai fini di allevamento) nonché la predisposizione all’interno del garage di gabbie che, secondo quanto dichiarato dagli occupanti, sono adibite a ricovero dei cani nelle ore notturne».

La sentenza. La proprietaria non ci sta. La casa è stata utilizzata in modo ben difforme dai patti contrattuali, e si rivolge al giudice. Il tribunale le dà ragione. Il 20 aprile 2011 arriva la sentenza di sfratto da parte del Tribunale civile, ma nel frattempo gli inquilini hanno smesso di pagare fin dall’inizio del 2010, nè rispettano i termini stabiliti dal giudice (il 31 maggio 2011) di liberare l’immobile e portar via i cani. Inutile anche lo sfratto esecutivo del settembre successivo: tutto resta bloccato.

L’Enpa si ritira. Uno spiraglio sembra arrivare a dicembre, quando l’Ufficio esecuzioni mobiliari del Tribunale di Ferrara nomina l’Enpa custode degli animali, con l’incarico di verificarne lo stato. Qualche settimana più tardi però l’Ente animalista esce di scena. In una lettera al Giudice Esecutore, il presidente dell’Enpa lo informa che nella casa ci sono «67 o 68 cani di taglia piccola, di cui 30 iscritti all’Anagrafe canina del Comune di Ferrara» e che gli sono «apparsi in buone condizioni di salute e nutrizionali». Constatato infine «l’attaccamento affettivo e l’attenzione» da parte dei proprietari, il presidente recede dall’incarico, ritenendo che «il problema debba essere affrontato con il coinvolgimento delle istituzioni per legge preposte».

Il paradosso. In realtà a essere coinvolta è la locatrice: «La casa continua a essere occupata abusivamente e non si può dar seguito allo sfratto perché non si trova una collocazione adeguata per i cani. Dovrei essere io a provvedere al loro mantenimento finché i proprietari non vengono a riprenderseli».

Così, oltre alle spese legali, ai danni alla casa e al giardino, ai cinque anni di affitto non pagato e all’Imu, la donna dovrebbe farsi carico anche delle spese per accudire e nutrire una sessantina di cani. Da qui la decisione di rendere pubblica una vicenda che ha dell’incredibile, il paradosso di chi si vede riconosciuti legalmente i propri diritti e si trovi nell’impossibilità di farli valere. «Possibile che nessuna istituzione, o associazione, possa aiutarmi? Non so più davvero cosa fare per uscire da questa odissea logorante», conclude al ritorno dall’ennesimo rinvio, con le parole dell’”inquilino” che ancora bruciano: «I cani? Sono un problema suo».

Alessandra Mura