«Per i giudici i figli non sono miei Ma il dna non mente»

Paternità negata, dieci anni di disperazione di un ferrarese «Incredibile: sentenza favorevole a chi ha rifiutato il test»

Sta lottando da dieci anni per poter essere padre. Di quei bambini che non sanno nemmeno della sua esistenza. E che ora una sentenza ha allontanato ancora di più da lui, stabilendo che non ci sono prove a dimostrare che i piccoli sono figli suoi, nonostante un test di paternità a lui favorevole, nonostante la controparte avesse rifiutato di sottoporsi all’esame del Dna. «È la prima volta, in Italia, che una sentenza dà ragione a chi non si sottopone al test», afferma disperato il “papà mancato”, ancora incredulo per la decisione della I Sezione Civile della Corte d’Appello di Bologna che ha rovesciato la sentenza del Tribunale di Ferrara che invece, nel 2010, gli aveva dato ragione affermando che l’attuale compagno della sua ex non è il papà dei due bambini.

Una disputa dolorosa, cominciata prima ancora della nascita dei bambini. Durante la gravidanza infatti la donna aveva troncato la relazione per andare a vivere con il nuovo compagno, che di fatto ha assunto il ruolo di padre dei piccoli. Al punto che la coppia avrebbe alterato lo stato civile dei neonati utilizzando false attestazioni, fatti per i quali è stato aperto un procedimento penale ancora pendente.

Nella lunga e annosa battaglia per vedere riconosciuti i suoi diritti di padre, il quarantenne ferrarese si era sottoposto al test del Dna in un laboratorio privato, ottenendo un responso che lo indica geneticamente compatibile al 99% con i due bambini. La coppia, invece, aveva rifiutato di sottoporsi al test, presentando appello contro la sentenza del Tribunale Civile di Ferrara. E i giudici bolognesi hanno accolto il ricorso, interpretando in chiave sfavorevole proprio quello che, per il “papà mancato” doveva essere un punto di forza: il test del Dna.

Secondo i giudici, il fatto che la donna abbia dato «il suo consenso a che l’ex compagno prelevasse i campioni di sostanza biologica dei figli da sottoporre al test, di nascosto dal nuovo compagno», dimostra come ci fossero reali dubbi sull’attribuzione di paternità e che quindi il concepimento poteva essere opera dell’uno o dell’altro uomo. Che poi il test del Dna sia risultato favorevole all’ex compagno sempre secondo i giudici non prova nulla. «Ma l’esito di quel suo privatissimo test del Dna, se non è proprio carta straccia - scrivono - certo è lontanissimo dal costituire una prova contro chi non lo riconosce, eseguito com’è stato senza garanzia nessuna nè d’un procedimento affidabile di prelievo dei campioni; nè tanto meno della loro conservazione; nè dell’esecuzione fuor di contraddittorio, nè della riferibilità ai bambini dei campioni solo prelevati con la collaborazione della madre, ma poi usciti senz’altro per sempre dalla disponibilità e il controllo di lei». Circostanze queste, concludono i giudici, che fanno cadere l’intero apparato indiziario.

Dunque l’appello va accolto “per insufficienza di prove”, perché non ci sono elementi per escludere in modo certo l’impossibilità della paternità biologica del nuovo compagno, nè di dimostrare che l’ex compagno è lui stesso il padre. Che dovrà, inoltre, pagare le spese processuali. Ma i soldi, commenta ancora, cono l’ultima cosa di cui gli importa. «Non mi sono nemmeno costituito parte civile ai processi penali - ribadisce - perché sottrarre soldi alla mia ex e al suo compagno significa danneggiare i bambini. Io sto solo lottando per essere il loro papà».