Ferrara, SuperBeton si ribella: causa da 800mila euro

Chiesti danni a Comune e Provincia per lo stop imposto rovincia per realizzare la cofanatura antirumore e ridurre l’impatto ambientale

FERRARA  - Per la sua forma massiccia e squadrata i dipendenti della SuperBeton l’hanno già ribattezzata il “Cubo di Rubik”, ma la nuova “cofanatura” che l’azienda di Chiesuol del Fosso sfoggia da inizio luglio è diventata a tutti gli effetti un rompicapo. Scontenti i rappresentanti del Comitato di via Sammartina, che a fronte di una soluzione all’annoso problema di rumori, cattivi odori e polveri ritenuta insufficiente hanno presentato un esposto alla Procura; scontenta la stessa Superbeton, che dopo lo stop produttivo di due mesi imposto per realizzare “il cubo” è passata a un doppio contrattacco, con un ricorso al Tar contro il provvedimento di fermo firmato dalla Provincia e una richiesta di risarcimento danni di 800mila euro che coinvolge non solo il Castello, ma anche il Comune e gli altri enti coinvolti per il rilascio degli atti necessari; scontenti infine il Comune e la Provincia di Ferrara che, come spiega una nota del sindaco-presidente Tiziano Tagliani, si trovano ora «tra l’incudine del Comitato dei cittadini che va in Procura per la mancata sospensione dell’attività, e il martello della ditta che ricorre al Tar sugli atti e i provvedimenti adottati, relativi proprio alla sospensione della stessa, con la richiesta di circa 800mila euro».

Quella tra i residenti di via Sammartina riuniti in Comitato nel 2003 e l’azienda del gruppo Grigolin produttrice di asfalti e calcestruzzi è una partita aperta oltre dieci anni fa e che ha visto gli enti locali impegnati in un difficile arbitrato, tra l’azienda sollecitata più volte a mettere a punto interventi per ridurre l’impatto acustico e ambientale e i cittadini che spesso non hanno fatto mistero nell’auspicare un trasloco degli impianti.

Un punto fermo era stato raggiunto nell’aprile del 2014, con l’adozione da parte della Provincia dell’Autorizzazione Unica Ambientale a condizione di realizzare un progetto di cofanatura dello stabilimento che, tra rinvii e proroghe, alla fine si è assestato su questa tempistica: un primo lotto da completare entro il giugno del 2015 e un secondo nel 2016. E così è stato.

Secondo le disposizioni della Provincia, SuperBeton ha sospeso l’attività produttiva dai primi di maggio ai primi di luglio di quest’anno per realizzare parte della cofanatura: un capannone di calcestruzzo alto 16 metri, oggi chiuso su tre lati, mentre il secondo lotto per realizzare la quarta parete è previsto tra un anno.

Tutto risolto dunque? Niente affatto. Secondo i residenti di via Sammartina l’attività alla SuperBeton non si è mai interrotta e la diffida della Provincia sarebbe stata perciò ignorata. Da qui la decisione di presentare un esposto alla procura , firmato da una ventina di rappresentanti del Comitato e accompagnato da una documentazione fotografica per dimostrare che alla SuperBeton anche negli ultimi due mesi si è continuato a produrre. Al contrario, l’azienda di Chiesuol del Fosso sostiene di aver subìto un danno non indifferente proprio a causa di quello stop: «Per quasi due mesi non abbiamo avuto certezze sul nostro futuro - spiega uno dei 27 dipendenti dell’azienda - Sospendere la produzione significa perdere il treno di parecchie commesse, e in tempi di crisi nera come questi quando perdi un cliente non lo recuperi più». A maggio e a giugno nessuno dei 27 dipendenti è stato lasciato a casa, ma non per questo l’azienda ha continuato a produrre, si “difendono” i lavoratori: «Grigolin ci ha detto che potevamo restare e svolgere mansioni di pulizia e tinteggiatura, per non perdere lo stipendio, e così è stato». Alla fine dei conti, per realizzare la cofanatura è stato necessario un investimento, spiegano, attorno ai 3 milioni di euro. Spostare l’attività, invece, avrebbe incontrato costi proibitivi, e per questo l’ipotesi è stata accantonata: «Chi si lamenta dimentica che dietro la SuperBeton ci sono 27 famiglie, che hanno vissuto questa vicenda con ansia e preoccupazione. C’è stato un momento, quando ci è stata imposta la chiusura, di totale incertezza. Se siamo rimasti nella ditta è stato per non abbandonare la nave, e la decisione di non lasciarci a casa è stata apprezzabile. Ora siamo tornati al lavoro ma lo stop certo non ci ha aiutato».

Alessandra Mura