Mezzano, l'ex paradiso naturale affumica la costa

Devastate sei enormi vasche che servivano al ripopolamento della fauna. La torba brucia da giorni nel sottosuolo, tutti al lavoro per spegnerla. La cura dell'area non era più sostenuta dai fondi comunitari. L'innesco è partito forse dalla Provinciale

OSTELLATO. Cinque chilometri dal centro di Ostellato, con la punta del campanile sparito di poco dalla vista, lungo la strada provinciale 79 verso Comacchio, un paio di chilometri a sinistra. È da qui, nel mezzo di questo sterminato catino di terra nera solcata di continuo da tir stipati di pomodori, che partono i miasmi delle notti soffocanti dei Lidi.

Stiamo parlando della parte preponderante di queste puzze, quantomeno. Già in lontananza è visibile la barriera azzurrina che si solleva da un enorme quadrato di terra, ma per avere la prova olfattiva bisogna mettersi sotto vento, che verso le 10 del mattino spira in direzione est-ovest.

Valli del Mezzano, le fumarole di torba

Ti colpisce in pieno il fumo acre, da sterpaglia bruciata ma con una componente più estrema, di macero, che assale la gola e fa lacrimare: quello che succede regolarmente a centinaia di villeggianti della costa negli ultimi giorni. Ma con i 36 ettari di torbiera che continuano a bruciare lentamente, come una carbonella mal spenta dopo il barbecue, è finita arrosto una delle rare zone di ripopolamento degli uccelli selvatici di un territorio sfruttato quasi interamente dalle coltivazioni: una Caporetto naturalistica di cui non è possibile tracciare ora un bilancio.

Valli del Mezzano, via all'allagamento

Addentrarsi sopra la torba infuocata, infatti, è poco consigliabile. Due passi e scatta l’avvertimento degli operai che stanno lavorando per contenere il disastro, «attenti ad andare oltre, dove salgono le fumarole si può sprofondare nei vuoti del terreno lasciati dal materiale bruciato». Ai bordi della “bacinella” fumante comincia a salire l’acqua spinta dentro da due pompe messe a disposizione dal Consorzio di Bonifica: si cerca d’inondare completamente il bacino, l’unico modo di spegnere i focolai sotterranei, e il lavoro è solo all’inizio a giudicare dai rigagnoli che solcano il terreno.

Quando le fiamme hanno bruciato la superfice sono stati visti intervenire i vigili del fuoco, ma adesso i mezzi convenzionali antincendio servono a poco. Un escavatore sta spostando terra da una parte all’altra, per spianare il più possibile i dossi e creare delle arginature che tengano lì l’acqua pompata dal vicino canale d’irrigazione, ma nel suo arrancare dà l’impressione di voler spostare una spiaggia con il cucchiaio.

Nel pomeriggio sono arrivati i rinforzi, sotto forma di una colonna mobile della Protezione civile con due maxi-pompe e dieci persone coordinate da un tecnico del Comune di Ostellato, con lo stesso sindaco Andrea Marchi che si è voluto rendere conto della situazione. Sono al lavoro già da alcuni giorni gli uomini dell’azienda agricola trevigiana proprietaria del terreno, che non è coltivato a mais, girasole o pomodoro come tutti quelli attorno. Dalla devastazione dell’incendio si sono infatti salvate isole di erbe secche, canne e vegetazione spontanea, che ricopriva questo quadrilatero di 5-600 metri di lato, diviso in maniera regolare in sei vasche da tempo essiccate.

Erano altrettanti ambiti di ripopolamento dove trovavano rifugio e in alcuni casi nidificavano gli aironi, le pavoncelle, i cavalieri d’Italia, le pernici che anche ieri si vedevano volare lì in mezzo, assieme a picchi verdi, falchi e poiane. La loro casa è stata distrutta e per ricostruirla ci vorrà più tempo di quello che serve per rendere di nuovo respirabile l’aria del Basso Ferrarese.

«Com’è potuto succedere? È che ormai non si conosce più la natura» è la risposta che si coglie qua e là, lungo le sponde del bacino fumante. L’area di ripopolamento ricadeva in quelle sostenute dai finanziamenti tipo Zps e Rete Natura 2000, che sono cessati tre anni fa. Il tentativo di renderla coltivabile è andato a vuoto e i vincoli collegati alle zone protette impediscono anche lo sfalcio delle erbe e delle canne prima di fine mese.

Così, quando l’innesco dell’incendio è partito, probabilmente dal margine della Provinciale, in poco tempo ha divorato ettari di terreno, andando ad intaccare anche gli strati di torba per alcuni metri in profondità. «Mai visto un incendio così vasto» testimonia lo stesso sindaco, dopo il sopralluogo. A mezzogiorno il sole picchia sulla fumarola e sulle campagne attorno. Ringraziano la calura i pomodori della società agricola Anna, che un chilometro più in là sta preparando i carichi per i tir, «produciamo bio per molte aziende trasformatrici, è una buona annata nonostante le piogge di maggio» dice Jessica, 24 anni, che assieme alle sorella 18enne conduce le operazioni in campagna.

Il loro Mezzano è verde e rosso brillante, non assomiglia per niente al bracere fumante che sta alitando su mezza provincia, in questo agosto che ancora tiene tutti lì, inchiodati al lavoro. 

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