Costantin e Patrik nella Ferrara di sotto

Il direttore di Viale K racconta il suo incontro con i due ragazzi arrestati Viaggio nell'Inferno dantesco, dalla mensa dei poveri alla baracca sul Volano

FERRARA. Avranno avuto fretta e angoscia gli uomini della squadra mobile di Ferrara, mentre attraversavano i campi arati che ancora dormivano all'alba di quel 26 settembre. Hanno lasciato le volanti un po’ più indietro, fin dove era possibile arrivare, poi a piedi, in mezzo ai campi dove gli scarponi sprofondano nelle zolle più alte. Stavano cercando un cadavere, quello di Pierluigi Tartari, il pensionato ucciso a calci e pugni all’età di 73 anni durante una rapina al rientro nella sua abitazione di Aguscello in via Ricciarelli. Lo stavano cercando tutti da diciassette giorni, e 17 giorni son tanti. Luce e tenebra fuori, luce e tenebra dentro, gli uomini seguivano le indicazioni del ragazzino arrestato la notte prima.

DEDALO RURALE.  Per la cronaca “Ruszo Patrik, slovacco di anni 19” accusato di sequestro di persona e omicidio insieme ad un altro ragazzo romeno di 22 anni arrestato qualche giorno prima, e ad un altro uomo ancora, catturato in Slovacchia. Patrik ha vuotato il sacco davanti al pm e al dirigente della squadra mobile, messo alle strette durante un interrogatorio fiume. Si percorre quel dedalo rurale tra Porotto e Fondo Reno fino ad imboccare un viottolo che conduce ad una selva dove gli arbusti e i rami secchi trattengono debolmente i calzoni e le maglie degli agenti. Rifiuti di ogni genere sono sparsi qua e la; buste di plastica sbiadite e lacere impigliate nei cespugli, qualche bidone arrugginito, un elettrodomestico sfondato, pezzi di copertoni. Nulla è intatto, tutto è consumato dal tempo. “Dovrebbe essere così anche per il corpo del povero Pigi”, un pensiero segretamente condiviso nel silenzio della ricerca improvvisamente interrotto alla vista del mostruoso Minotauto pietrificato, il rudere seminascosto e abbandonato dove i ragazzi hanno gettato Pierluigi come fosse una cosa, un sacco umano, un rifiuto ingombrante dopo avergli strappato il segreto del bancomat credendo fosse l'anima di una persona.

Bisognava proseguire

e far presto....

"Ma ficca li occhi a valle,

chè s'approccia

la riviera del sangue

in la qual bolle

qual che per violenza in altrui noccia"

(Inferno, XII, vv. 46-48)

Bisognava proseguire in questa discesa agli inferi ed addentrarsi nelle viscere della mostruosità, dove non c’era il Flegetonte - il fiume di sangue bollente dove sono immersi gli assassini -, ma un corpo in lenta decomposizione. L’unico fiume presente era quello d'asfalto della A13 a poca distanza da lì, dove scorrevano veloci strisce di vita di questa nuova civiltà. Non c’era in scena il contrappasso dei violenti - i quali versando il sangue altrui vi giacciono immersi - ma quello della vittima che, portando la luce nelle case altrui (era elettricista), morì in solitudine nell’oscurità totale del casolare. La stampa locale, com'è ovvio, seguiva con dovizia di particolari un caso salito alla ribalta della cronaca nazionale. Apparsi i volti sul giornale, li riconobbi subito. Li conosce bene chi frequenta la Ferrara di sotto.

C’È CONSTANTIN. Lo ricordo quando qualche anno fa veniva accompagnato dai carabinieri in ufficio. Il tempo di sbrigare le formalità dell'affidamento alla comunità, che… si era già dileguato. Ho avuto notizie di lui tempo dopo in compagnia di un cane e della ragazza mentre creava problemi alla mensa: bastava poco per accendere la confusione, provocava per dimostrare che sapeva farsi rispettare anche se nessuno lo offendeva, saltava spavaldo la fila per sottolineare che anche tra i poveri - come nella società - esiste una gerarchia che dal più furbo scende a quello più fesso o semplicemente quello più onesto. Una volta ha rotto il vassoio in testa ad un uomo di mezza età per dirci quanto è facile infrangere il tabù del rispetto intergenerazionale come tuttavia fanno tanti sulla corriera nell’accaparrarsi i posti a sedere. Poteva benissimo incarnare uno dei “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini o più banalmente uno dei tanti ragazzi che crediamo di conoscere. Tutto semplicemente per sopravvivere nella giungla, o forse no. Fatto sta che quando appariva in ufficio per la questua me la cavavo con qualche spicciolo e uno scampolo di predica perché, nella vana speranza di raggiungerlo, mi ero ormai perso nel labirinto in cui si era cacciato.

PATRIK INVECE. L’ho incontrato la prima volta l’inverno scorso, forse poco prima di Natale sotto il ponte di San Giacomo. Se lo attraversi sopra ti conduce alla Facoltà di Ingegneria, se ti infili sotto per una via stretta e tortuosa cucita al Volano trovi delle tende. C’era anche lui in quell’argine a fondo chiuso che nascondeva, sotto l’arco di alcuni alberi spogli, lo scenario essenziale della povertà. Una povertà dignitosa perché arredata con tanto di doccia rudimentale e di fioriere grazie alla presenza premurosa di una donna che traduceva per lui. Il ragazzino - infatti - non sapeva esprimersi in italiano e rifiutava con timidezza e imbarazzo l’accoglienza in dormitorio perché - diceva lui - sarebbe tornato di lì a poco in Slovacchia dai suoi. Agli agenti della polizia municipale mostrava un documento di identità dove la foto lo mostrava ancora più giovane. Poi l’ho rivisto sul giornale e vi assicuro che sembrano due persone diverse, o forse lo sono diventate. Sono volti e situazioni che incontro tante volte, quotidianamente. Non mi basta conoscere nei minimi dettagli come si è svolta la vicenda, ma cosa fa di questi ragazzi complici in solido di un omicidio.

CHIAMARLI BESTIE. Com’è potuta precipitare quella sequenza furto, rapina, aggressione, sequestro, morte come una palla di piombo sempre più veloce in un piano inclinato quando anche solo una parola, un gesto, un po’ di piètas avrebbe potuto fermare? Non ci dovrebbe bastare un atto giudiziario per chiudere il discorso ma aprirlo alla comunità intera, perché non riguarda solo “questi” ragazzi. Tutt’ora la stampa riporta l’indifferenza di Constantin durante gli interrogatori, come se la storia non lo riguardasse affatto, dichiarandosi completamente innocente ed estraneo ai fatti, ma soprattutto di non c’entrare nulla neanche con se stesso.

Marco [...]va ancora più in profondità dicendo che quegli uomini hanno una cultura primordiale e che “non hanno peso specifico”. Cerca le ragioni dell’assassino: nel vuoto pneumatico di quelle persone. [...]E mi scongiura in questa narrazione di non fargli dire che ha chiamato “bestie” gli omicidi. “Perché le bestie sono un’altra cosa. Qui siamo oltre, sa? Scriva 'ignoranti fottuti' “ (intervista di Stefano Scansani a Marco Tartari (fratello di Pierluigi), La Nuova Ferrara, 30 settembre 2015)

Infatti chiamarli “bestie” vuol dire rafforzare l'autoconvinzione che questi ragazzi non siamo ragazzi, che non appartengono a noi, sono ed erano altra cosa. Si vorrebbero esorcizzare nel corpo sociale questi dèmoni, venuti da chissà dove. Ma se da una parte ci vuol far sentire meglio, dall’altra non ci aiuta a capire e non li aiuta a capire.

CERCANDO IL NESSO. Tutto è accaduto al di sotto dell’umanità, come se non esistesse un nesso tra causa ed effetto, come se mancassero le emozioni quelle più primordiali come l’amore e l’odio, si è appiattita la differenza tra cose e persone, prezzo e valore, vita e morte. Avrebbero forse dovuto cavalcare il “Nesso” tra umano e animale per attraversare il fiume della violenza, quel centauro dove “le due nature sono consorti”. Quel Nesso che solitamente chiamiamo “cultura” è minacciata dallo stile di vita della nostra società post-moderna dove l’era della comunicazione e dell’informazione tanto al chilo ha generato analfabetismo emotivo che non permette alla società di leggere né a questi ragazzi di saper esprimere - neanche a parole - questo vuoto esistenziale che circola tra noi, tra tutti noi. Ora c’è la scelta di restare degli “ignoranti fottuti” o salire su Nesso.

Poi si rivolse,

e ripassossi 'l guazzo

(Inferno, XII, v.139)

e - passato il guado - chiedere il perdono e di poter parlare per farsi raggiungere all’altra riva.

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