La diagnosi è tumore, ma era un’ernia

Il paziente, 86 anni, costretto inutilmente a letto per tre mesi. Ora fatica a camminare e ha grossi problemi di autonomia

ROVERETO. Non era un tumore maligno all’esofago, solo un’ernia iatale. Ma la scoperta dell’errore non ha portato troppo sollievo perché il paziente, un uomo di 86 anni residente a Rovereto di Ostellato, era entrato all’ospedale del Delta come persona autosufficiente e ne è uscito - dopo tre mesi di inutile costrizione a letto - con problemi di deambulazione e incontinenza. Ora la legittima richiesta di risarcimento danni, avviata dall’avvocato Stefano Forlani per conto della famiglia, si sta rivelando tutt’altro che semplice: «L’ospedale del Delta ha aperto un sinistro con la propria assicurazione - spiega il legale - Nonostante abbia inviato tutta la documentazione necessaria e, considerata l’età avanzata del mio assistito, sollecitato più volte la chiamata a visita del medico dell’assicurazione, quest’ultima non ha risposto alle mie mail, al punto da costringermi a una mediazione davanti alla Camera di Commercio».

I problemi per il signor S. cominciano ad aprile, quando l’anziano viene ricoverato al Delta a causa di un continuo malessere accompagnato a debolezza. La gastroscopia a cui viene sottoposto non solo risulta piuttosto dolorosa, ma rivela la presenza di un tumore maligno al terzo inferiore dell’esofago. I medici dicono ai familiari che, viste le dimensioni della massa tumorale e l’età del paziente, non c’è altro da fare se non accompagnarlo alla fine. Durante il ricovero al Delta l’anziano viene anche legato al letto, per impedirgli di alzarsi e muoversi, e la circostanza è motivo di proteste e lamentele da parte dei parenti, al punto da decidere di proseguire le cure palliative all’Ado di Codigoro. Il trasferimento all’Hospice, tra l’altro, rende il pensionato perfettamente consapevole di essere arrivato alla fine dei suoi giorni.

All’Ado, però, il signor S. migliora. Anzi, quando gli viene momentaneamente interrotta l’alimentazione artificiale per la sostituzione del sondino, si mette a mangiare con grande appetito. È una dottoressa dell’Ado, a questo punto, a consigliare una seconda gastroscopia. I familiari si rivolgono inizialmente a un luminare di Bologna, ma l’ipotesi viene scartata dai medici curanti perché il trasporto nel capoluogo emiliano risulterebbe troppo gravoso per un malato terminale. Si torna dunque al Delta, con l’assicurazione che l’esame sarà eseguito da un professionista diverso.

E, sorpresa: il tumore non c’è più. Meglio, non c’era mai stato; c’erano invece un’ernia iatale e un’ulcera. I medici del Delta si scusano con i familiari per la diagnosi sballata, ma si giustificano dicendo che il nonno all’epoca aveva rifiutato di sottoporsi a una seconda gastroscopia: «Una reazione comprensibile, da parte di un anziano che aveva trovato il primo esame piuttosto doloroso - interviene Forlani - Meno comprensibile il fatto che i medici non si siano rivolti ai parenti che, con pazienza, avrebbero potuto convincere il nonno a sottoporsi a un secondo accertamento». Il signor S., dopo la diagnosi esatta, resta ancora una settimana ricoverato al Delta, e viene dimesso a giugno. Ma è una persona molto diversa da quella che ad aprile era entrata all’ospedale con le sue gambe. Ora è costretto a usare il girello per camminare e ha problemi di incontinenza. Per quei tre inutili mesi di immobilità e disperazione che hanno piegato la sua fibra.

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