La rabbia dei soci Carife: «Le nostre azioni a zero»

Confronto tra esperti e piccoli azionisti alla trasmissione Mi Manda Rai Tre. Cappellari (Amici Carife): attendere salvataggio e warrant. Ma per Marino (Pd) non esistono meccanismi certi di recupero dei soldi persi

FERRARA. Venti minuti su un canale nazionale per i tempi televisivi sono un’enormità, ma per Carife sono sembrati una miseria. Nel salotto mattutino di “Mi manda RaiTre”, ieri dopo le 10, è andata in onda la rabbia e le paure dei piccoli azionisti della banca ferrarese, ma le modalità sincopate di conduzione di Elisa Di Gati e la pressione del palinsesto (pubblicità in testa) hanno impedito chiarimenti e approfondimenti. Il messaggio che la trasmissione ha veicolato in tutto lo stivale, nonostante lo sforzo di Marco Cappellari (Amici Carife) di puntare i riflettori sulle possibilità di ripresa della banca, è stato questo: per i piccoli azionisti l’alternativa è tra «aspettare e sperare» (il giornalista Marco Ferrando, Sole 24 Ore), e «intervenire su altri fronti» (Mauro Marino, presidente della Commissione finanza del Senato), con riferimento alle cause per recuperare i soldi persi. Federconsumatori, presente in studio in maniera massiccia, avrà trovato alimento per la sua campagna giudiziaria.

Il punto di vista dei piccoli azionisti è stato ben inquadrato da Gianfranco Mastella, buyer in pensione «ma non sono un grande investitore, il mio rischio in banca è medio-basso. Le prime 100 azioni le ho comprate per le agevolazioni dei correntisti: 22mila lire nel ’98. Mi avevano detto che, poiché si trattava di titoli non quotati, non c’erano rischi». «Erano investimenti sicuri» ha incalzato la conduttrice, «sì, non subiranno variazioni, dicevano - ha risposto il socio - Visto che il valore delle azioni aumentava, ne ho acquistate altre 500 nel 2000 e poi una terza tranche. Ne ho accumulate così 1.260 per un controvalore di 20mila euro». Il racconto si è poi fatto molto semplificato, «nel 2009 ho cercato di vendere azioni ma non ci sono riuscito perché la banca disse che non aveva un Fondo di riacquisto, e lì mi sono insospettito»: il caso-Carife era già scoppiato, dall’autunno 2009, con le dimissioni di Gennaro Murolo e il successivo bilancio in rosso. «Nel 2012 crearono il Fondo di riacquisto, ma non si potevano mettere in vendita più di 300 azioni a testa e poi sono andato a vedere nei bilanci, avevano iscritto il valore delle azioni a 5,16 euro. E lì mi sono insospettito ancora di più». In realtà, quello è un valore contabile da sempre iscritto nei bilanci della Fondazione Carife.

Amara la conclusione: «Quanto valgono le mie azioni oggi? Faccia lei, a 27 cent... Niente». A questo punto sono intervenuti, in collegamento da piazza Savonarola, gli azionisti degli Amici. «Sono riuscito a vendere la metà delle mie azioni» ha testimoniato Luisa Trentini, menre il presidente Cappellari ha chiarito lo stato dell’arte: «Qui non siamo di fronte ad una truffa, ad una situazione tipo bond argentini. È in atto un’azione di salvataggio da parte del Fondo interbancario che metterà in sicurezza la banca, e noi abbiamo ottenuto in regalo i warrant che ci consentiranno di rientrare in parte della perdite». Stoppato dalla conduttice il tentativo di tirare in ballo il ministro Dario Franceschini, attuato dall’artigiano Franco Mingozzi.

Marino ha spiegato i meccanismi futuri di tutela, ma a domanda precisa non ha pututo tergiversare: «Per il pregresso penso che ci siano poche possibilità di recupero, mi auguro che gli azionisti abbiamo ottenuto corrette informazioni, in caso contrario...». E Ferrando ha azzardato che forse le autorità di vigilanza potevano intervenire prima, e che i risparmiatori devono valutare bene il rischio.

Stefano Ciervo

©RIPRODUZIONE RISERVATA