Crac Carife, 17 indagati per l’aumento di capitale

L'assemblea dei soci Carife del 30 aprile 2013, poco prima del commissariamento

Inchiesta verso la fine, la procura vuole interrogare dirigenti e membri del cda. Contestate bancarotta patrimoniale e false comunicazioni a Bankitalia

FERRARA. L’aumento di capitale di 150 milioni di euro, raccolti nell’estate 2011, aveva come obiettivo quello di salvare la Carife, ma è diventato oggi uno dei tanti fatti su sui indagare. A distanza di 5 anni, quella scelta si è trasformata - in un anno e mezzo di indagini di procura e finanza - nel primo atto formale giudiziario con quattro capi d’accusa che vanno dalla bancarotta alle false comunicazioni alla vigilanza, dai falsi in prospetto all’aggiotaggio, tutti contestati a 17 persone, gli ex vertici e amministratori della Cassa dell’epoca.

Il rilancio che non ci fu. La procura cittadina ha infatti inviato 17 avvisi di garanzia nei confronti di chi allora (2011), massimi dirigenti e membri del cda, avallò scelte e decisioni che portarono a raccogliere quei 150 milioni che avrebbero dovuto rilanciare una Carife in quegli anni in assoluta difficoltà. L’atto è stato notificato per invitare i 17 indagati agli interrogatori fissati in procura davanti ai magistrati titolari dell’inchiesta, i pm Barbara Cavallo e Stefano Longhi, mentre alcuni degli interrogatori sono delegati agli ispettori della guardia di finanza.

Come venne fatto? Tra i 4 capi d’accusa contestati - come ipotesi d’indagine - compare per la prima volta il gravissimo reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, perchè - questa l’ipotesi rubricata - l’aumento di capitale fu deciso ben sapendo che non avrebbe risolto le sorti della Cassa di Risparmio. La colpa dei massimi dirigenti Carife e del cda, nel lontano 2011 - l’ipotesi degli inquirenti - non è l’aver fatto l’aumento di capitale, ma come è stato fatto, come è stato proposto e i termini con cui è stato portato a termine: aspetti che la procura contesta ora ai 17 indagati. Il reato di bancarotta è collegato direttamente - e si faccia attenzione - al falso in comunicazioni alla vigilanza, a BanckItalia, ipotesi che smorza le attenuanti che in questi anni di crisi, caos e inchieste molti hanno portato a difesa dei dirigenti Carife, visto che si sostiene che Bankitalia sapesse tutto, condivise le scelte, ma secondo le ipotesi venne informata rappresentando una falsa situazione di Carife.

Falsi nei prospetti. Situazione difforme dal vero che si ripete nelle accuse anche nell’altro capo di incolpazione, i falsi nei prospetti comunicati alla clientela; mentre ultimo, e anche questo nuovo nel panorama giudiziario cittadiano, il reato di aggiotaggio. Ma vediamo chi sono i 17 indagati.

I nomi degli indagati. Primi tra tutti i massimi vertici, l’ex direttore generale Daniele Forin, l’ex presidente Sergio Lenzi. Quindi, un “tecnico”, il responsabile direzione bilancio Davide Filippini, e i membri cda e sindaci Ennio Manuzzi, Giuseppe Vancini, Simonetta Talmelli, Massimo Marchetti, Paolo Govoni, Riccardo Fava, Antonio Bondesani, Mario Guidi, Teodorico Nanni, Marco Berti, Stefano Leardini, Andrea Malfaccini, Marco Massellani e il dirigente della società di revisione Deloitte & Touche, Michele Masini.

Verso il fine indagine. Gli interrogatori fissati sono davvero il preludio all’atto di “fine indagine”, ed hanno l’obiettivo, dal punto di vista degli inquirenti, di riscontrare il materiale di prova raccolto durante le indagini. Poi verrà il momento della chiusura e dei processi. La verità sul crac Carife si sta sempre più avvicinando.