Omicidio Tartari, «ucciso con una ferocia di cui sono capaci solo gli esseri umani»

La motivazione del giudice Tassoni per la condanna di Ivan Pajdek a 30 anni di carcere. I primi punti fermi della tragedia: l’anziano è morto nel casolare, la madre di Ruszo sapeva del coinvolgimento del figlio, Fiti incastrato dal Dna

FERRARA. «Ivan Pajdek e complici hanno agito con una ferocia di cui sono capaci solo gli esseri umani, seviziando Pierluigi Tartari che, dopo essere stato percosso violentemente, legato ed imbavagliato, fu abbandonato agonizzante sul pavimento di un rudere come un oggetto vecchio che non serve più e lasciato morire in maniera atroce, per soffocamento».

Ha soppesato le parole, le ha scritte in punta di diritto come deve fare un giudice che deve spiegare perchè deve condannare un imputato all’ergastolo, ma poi per i calcoli dell’aritmetica giudiziaria deve scontare la pena a 30 anni di carcere. Nelle 39 pagine della motivazione della condanna di Pajdek, il giudice Piera Tassoni si è trattenuta, non si è fatta coinvolgere, emotivamente, dall’orrore dell’omicidio.

Si è concessa, però, solo quelle cinque righe cinque, appena citate, con cui spiega meglio di chiunque altro, anche di tanti cronisti che lo hanno fatto in questo anno - Tartari morì il 9 settembre del 2015 - l’orrore del delitto Tartari con cui Ferrara ha dovuto convivere.

Perchè non c’era nulla di bestiale, nella brutalità su Tartari, come tanti in modo scomposto avevano declinato: tutto è stato possibile solo grazie alla ferocia di cui sono capaci gli esseri umani. E questa è l’unica concessione non “tecnica” che il giudice propone nella motivazione. Per il resto, leggendo gli atti, riscontrando e demolendo le versioni di chi accusa l’altro e viceversa, pone punti fermi (perchè imparziali, di un giudice terzo) che potrebbero diventare fondamentali per l’altro processo in corso contro i “complici” di Pajdek, gli altri “esseri umani feroci” che sono due ragazzi 20enni, Patrik Ruszo e Constantin Fiti che hanno scelto invece il processo pubblico e non il giudizio abbreviato come ha fatto Pajdek.

Il primo punto fermo è l’ora della morte di Tartari: «tra la mezzanotte del 9 settembre e non oltre l’una del mattino del 10, visto che alle 0.55 Paidek e complici avevano già lasciato il casolare abbandonando Tartari (il telefono di Pajdek aggancia la cella di via Canapa, lontano decide di chilometri, ndr)».

Tartari è dunque morto nel tugurio di via Vecchio Reno, dove era stato abbandonato ancora vivo: non è morto nella casa di Aguscello, dove venne aggredito e rapinato e poi legato e imbavagliato (mentre Pajdek, smentito, sostiene fosse già morto in casa). Lo dicono i riscontri medico-legali, i testimoni (la donna che vide quella sera l’Opel Corsa di Tartari sul ciglio di via Vecchio Reno tra le 23.20 e 23.30). Sulle cause della morte, fa sue le conclusioni del medico legale Maria Rosa Gaudio, ricordando che «Tartari giunse vivo nel casolare e per impedirgli di urlare fu imbavagliato». Morì 5 minuti dopo esser stato abbandonato: «la morte per asfissia si verifica dopo tale lasso di tempo in queste condizioni». Ma perchè venne ucciso, dopo la rapina in casa? «Può dirsi altamente probabile che Pajdek ed i complici abbiano voluto uccidere Tartari per non essere identificati». Per questo motivo lo abbandonarono, come un «oggetto vecchio». E non ha nessuna importanza che Pajdek e Ruszo, nel rispettivo scaricabarile, dicano chi è più buono o cattivo: «le dichiarazioni degli imputati non sono fruttuose su chi materialmente agì su Tartari, chi lo percosse, chi lo legò, e gli impedì di respirare, perchè non attendibili».

Dichiarazioni «non coerenti, riduttive e minimizzanti il proprio ruolo nel tentativo di apparire meri spettatori, a volte anche pietosi, delle violenze ordite ed attuate dai complici». Uno dei complici, Constantin Fiti, in carcere da un anno per l’omicidio, sostiene ancora oggi di esser estraneo alla morte del pensionato di Aguscello. Anche a lui il giudice Tassoni dedica una parte dell’atto perchè le tracce di Dna di Fiti sono sull’auto di Tartari, rubata: «materiale biologico sulla maniglia portiera destra e leva abbassamento dello schienale anteriore destro attribuibili a Fiti (lato passeggero,ndr)».

E ancora: «Fiti lasciò dietro di sè tracce anche sulla leva per lo scorrimento del sedile del guidatore». Riscontri che confermano che Fiti aiutò a caricare il corpo di Tartari la notte dell’omicidio e si posizionò sul sedile del passeggero (guidava Ruszo) e giorni dopo lui stesso guidò l’auto: come raccontano i due complici. Che erano in fuga. Patrik Ruszo ad esempio: sua madre Sivakova Ruzena sapeva di Tartari, spiega il giudice esaminando le intercettazioni delle telefonate: «Dai dialoghi emergeva che la donna era consapevole del coinvolgimento del figlio nella rapina a Tartari e gli aveva fornito denaro per fuggire dall’Italia». Un punto fermo, anche questo, che peserà nel processo in corso.