Delitto di Pontelangorino, "I miei dovevano morire, ma non potevo farlo io". Poi i ragazzini confessano e si dicono pentiti

Il figlio è il più spietato: sì, li volevo morti L’amico il primo a cedere ai carabinieri: china il capo e comincia a parlare

E’ scaltro, duro, lucido, freddo. Le sue risposte sono agghiaccianti, anche per chi ha seguito tanti omicidi e ha interrogato altrettanti assassini. Ieri mattina Riccardo Vincelli, 17 anni a settembre, figlio di Salvatore e Nunzia di Gianni uccisi nel sonno dall’amico M. che aveva pagato con un acconto di 80 euro, diventa spietato nelle sue affermazioni: «Sì, li volevo morti, ma non potevo essere io ad ucciderli», risponde quasi sprezzante alla procura dei minori, durante l’interrogatorio di ieri condotto dalla pm Silvia Marzocchi alla presenza del suo legale (l’avvocato d’ufficio, Gloria Bacca). Non poteva uccidere, ma lo ha fatto per lui l’amico, M. confessando anche lui, piangendo e disperandosi, all’interrogatorio di ieri, a Bologna, assistito dall’avvocato Lorenzo Alberti.

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E adesso, a due giorni dalla mattanza della camera da letto nella villetta di Pontelangorino, sono entrambi d’accordo: «Li abbiamo uccisi, ma non dovevamo farlo». Si dicono pentiti, Riccardo e M., hanno consapevolezza di ciò che hanno fatto, e dopo lo stordimento di questi giorni offrono agli inquirenti sempre più imbarazzati le loro risposte senza senso.

Ribadiscono alla procura minorile che non «abbiamo fumato», non erano “fatti”, quando uno uccideva e l’altro aspettava che finisse di farlo per poi gettare i corpi dei Vincelli nel Po. Ieri entrambi hanno ribadito le confessioni fatte nella notte tra martedì e mercoledì nella caserma di Comacchio, quando sono crollati e sono stati arrestati. Interrogatori pressoché fotocopia di quelli davanti ai pm Tittaferrante e la stessa Marzocchi e i carabinieri. Stesso atteggiamento, M. il più fragile, che crolla prima, che piange e si dispera. Riccardo, invece, impenetrabile, chiuso, rigido. E questa mattina a Bologna, per entrambi comincerà tutto l’iter giudiziario che dovranno seguire per il duplice omicidio, con l’udienza davanti al gip del tribunale dei minori che dovrà convalidare il fermo. Ma prima di pensare a ciò che verrà, riavvolgiamo il nastro e rivediamo ciò che era emerso dalla loro confessione, dopo gli interrogatori fiume.

I due ragazzi pianificano il loro piano diabolico, dalle 7 di sera di lunedì e lo porteranno avanti fino al giorno dopo, lanciando l’allarme, in modo pasticciato, con “buchi” in cui gli investigatori entrano in modo dirompente. Gli investigatori di Ferrara e Comacchio e il pm Tittaferrante, intuiscono subito che il delitto ha una chiave familiare. Riccardo viene subito sentito come testimone, ma è la scelta di puntare sull’amico M. che si rivela fondamentale: M. è davanti casa, a Pontelangorino, fin dal primo pomeriggio: fa domande, troppe, e chiede troppo a tutti, mentre gli altri ragazzi piangono e sono silenziosi. Uno degli ufficiali presenti intuisce che potrebbe essere lui la chiave di tutto. E ordina di sentirlo come testimone. Piano piano dai racconti di Riccardo e M. emergono contraddizioni. Pm e carabinieri individuano subito che il punto debole è proprio M. E iniziano la pressione su di lui. Il pm lo convince, dopo avergli fatto presente che è nel suo interesse parlare, dire ciò che sa. Lui gira attorno alle domande: «Prima o poi scopriremo da soli la verità», gli dicono gli inquirenti: «se parli ora è un conto, se la scopriamo noi...Hai 17 anni, un futuro davanti, pensaci». Lui sbotta: «Ma quale futuro!», poi si fa remissivo. Si ferma. China la testa. La rialza. E con un tono liberatorio: «Va bene, adesso vi dico tutta la verità». E’ il primo a crollare, confessare e poi indicare il punto in cui ha messo il borsone con dentro tutto quello che era stato sporcato di sangue. Anche le corde che dovevano usare per legare e appesantire i corpi e gettarli in Po.

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Poi gli inquirenti si spostano da Riccardo: lui fa il duro. Anzi, quando gli dicono che l’altro ha confessato, nel suo viso si stampa un espressione di odio, rancore, come dire, “avevano un accordo e non l’ha rispettato”. Poi anche lui confessa: tutto avviene davanti ai pm Tittaferrante e Marzocchi. Un lavoro estenuante per raccogliere indizi, riscontri, isolare contraddizioni. Diventate poi prova. Gli inquirenti alla fine hanno avuto ragione: puntando tutto su M. il più debole, con una sudditanza psicologica, plagiato da Riccardo, il ragazzo duro, impenetrabile: «Se non fosse crollato l’amico - spiega un inquirente - non avrebbe mai confessato».

E’ lui il duro, e i soldi non c’entrano nemmeno tanto. Perchè allora M. ha ucciso per Riccardo? Perchè lo aveva chiesto il suo più grande amico. Un legale fortissimo, sbilanciato, che lo ha portato a fare ciò che ha fatto. Hanno avuto ragione i pm a insistere che confessando avrebbe potuto alleggerire la propria posizione: «Hai fatto una cavolata, puoi rifarti una vita, hai solo 17 anni». La sua nuova vita ricomincia da qui. Da quel «va bene, adesso vi dico tutto».

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