Crac Carife, fissati i nuovi interrogatori

L’inchiesta sull’aumento di capitale alla stretta finale: attesi altri indagati e sviluppi dopo le dure parole del pg De Francisci

Non sono una coincidenza temporale le dure parole d’ accusa pronunciate dal procuratore generale Ignazio De Francisci, sabato scorso, all’inaugurazione dell’anno giudiziario: «L’aumento di capitale di 150 milioni di euro (deciso da Carife nel 2011,ndr) è un atto criminale».

Interrogatori e indagati

Perchè queste durissime parole arrivano nella fase conclusiva, nel momento clou dell’inchiesta di procura e guardia di finanza di Ferrara, aperta ormai due anni fa e prorogata di altri 6 mesi la settimana scorsa: indagine destinata a fare un doppio boom, dopo quello dell’estate scorsa - ritenuta da De Francisci tra le più importati in tutta la regione, seconda solo a quella sull’operazione Aemilia - e che vede indagati 17 tra i vertici, funzionari, membri cda Carife e 4 massimi rappresentanti di banche esterne (oltre Carife e Carife Sei, anche PopBari, CariCesena, Valsabbina e PopCividale).

Attesi nuovi sviluppi

Ora gli inquirenti si debbono concentrare sui nuovi interrogatori fissati da qui alla metà di febbraio e a breve - da quanto si apprende - vi saranno altri clamorosi sviluppi legati ad altri indagati che si andranno ad aggiungere agli attuali. Del resto gli stessi magistrati che seguono l’inchiesta sull’aumento di capitale Carife - i pm Stefano Longhi e Barbara Cavallo, coordinati dal procuratore capo Bruno Cherchi - hanno spiegato chiaramente nella richiesta di proproga che serve più tempo per indagare, per svolgere «ulteriori interrogatori degli indagati in relazione a tutte le ipotesi di reato emerse nel corso delle attività investigative». Indagini «di particolare complessità», come complassa è la valutazione di tutti i profili degli indagati «considerata l'ampiezza dell'organizzazione aziendale al momento dei fatti (estate 2011, ndr) e l'assoluta necessità di ricostruire i ruoli rivestiti da ciascun degli indagati e/o da ulteriori soggetti responsabili».

Un capitale bruciato

Come ha sintetizzato lo stesso procuratore generale De Francisci definendo «atto criminale» l’aumento di capitale, il peccato originale di quella che avrebbe dovuto essere una operazione economica per salvare vecchia Carife è stato quello di «aver organizzato l’aumento di 150 milioni di euro, facendo sottoscrivere a clienti piccoli o piccolissimi, poi interamente bruciato per operazioni scellerate». «Un atto criminale - ha tuonato De Fracisci - che ha avuto conseguenze su tutta la popolazione, ingannata e derubata con un danno sociale elevatissimo».

Uno specchio delle accuse

Le parole del pg De Francisci, dunque, non sono altro che lo specchio di quanto emerso finora dalle indagini ferraresi: la “colpa” di chi ha gestito l’operazione in vecchia Carife - che dovrà confermare i reati penali finora ipotizzati - è stata quella di essersi rivolti quasi del tutto al retail, ai clienti che Carife aveva già, piuttosto che rivolgersi all’esterno a finanziatori istituzionali, altre banche e istituti importanti (c’è chi ricorda Deutsche Bank, bocciata allora) che avrebbero potuto dare maggiori garanzie per un futuro decisamente più solido.

Tutti i reati contestati

E allora per portare in porto l’operazione di aumento di capitale, - questa è la tesi delle accuse condivise da 21 persone e da nuove altre - sono stati commessi una serie di reati: l’aggiotaggio (non aver comunicato all’esterno la posizione economica reale di Carife proponendo le azioni), i falsi in prospetto (aver proposto agli azionisti condizioni che celavano inganni o trucchi) e l’ostacolo alla vigilanza (a Banca Italia, che pure aveva dato a vecchia Carife la prescrizione netta di un aumento di capitale da spalmare su investitori istituzionali e garantiti e solo in piccola parte sui clienti, «raschiando il barile della provincia», il termine usato dagli inquirenti.

Scambio fasullo di azioni

Ultimo ma non ultimo, il reato che tiene in piede tutto, nato dopo il crac di vecchia Carife: bancarotta patrimoniale in relzione alla formazione fittizia di capitale: secondo le ipotesi investigative, nell’ultimo periodo, quando vecchia Cairfe non riusciva a raggiungere quota 150 milioni (pena il commissioriamento, avvenuto poi due anni dopo), avrebbe inventato la partecipazione incrociata con le altre 4 banche: che comprarono azioni Carife per 23 milioni di euro, che Carife stessa poi girò loro in un secondo momento con una triangolazione che gli inquirenti indicano come “prova” della bancorotta patrimoniale.