Maxi frode fiscale, dichiaravano 50mila euro ma gli sequestrano 22 milioni

Gli imprenditori, moglie e marito, da 10 anni lavorano nel settore dei servizi per grandi aziende e sono stati condannati per la frode fiscale di Iva e tasse: ora finanza, procura e tribunale hanno congelato i loro beni tra Rovigo, Modena, Forlì, Roma e Ferrara. Anche una villa in cttà  che era già stata confiscata (e poi rivenduta) negli anni scorsi all'imprenditore Giuseppe Chiarolla anche lui condannato per frode fiscale

Maxi-frode fiscale, ecco la villa sequestrata due volte

FERRARA - In dieci anni, dall’inizio delle loro attività nel settore dei servizi, logistica e handling (movimentazioni di magazzini e facchinaggio per grandi società che esternalizzano tutto alle società di service) hanno denunciato redditi per 1 milione di euro (circa 50mila euro l'anno), mentre secondo la guardia di Finanza hanno accumulato beni per 22milioni 280mila euro: che sono stati ora sequestrati per la confisca su ordine del tribunale di Ferrara ai coniugi di nazionalità marocchina che abitano a Rovigo, Bilal El Mangar, 41 anni e Souad Mochrik, 36 anni e che hanno attività tra Ferrara, Rovigo, Modena e Bologna. A lei laureata in economia e commercio, e lui ex facchino che ha creato dal nulla un piccolo impero economico sono stati sequestrati una serie di beni: a Modena una società di servizi che fa capo a lui e i relativi beni mobili, quote societaria di altre società collegate, camioncini, mezzi di trasporto e macchinari usati per l’attività.
A Rovigo è stata sequestrata la villa dove vive la coppia, una villa con piscina e sempre nel Rodigino, diverse proprietà immobiliari a Occhiobello.


Altre proprietà, strutture residenziali, a Roma, nel quartiere di Saxa Rubra. In provincia di Forlì/Cesena un complesso di 20 appartamenti a Longiano, per la precisione, mentre nel Ferrarese, è stata sequestrata una maxi villa in città (in via Zanatta, che era già stata sequestrata negli anni scorsi ad un altro imprenditore processato e condannato per frode fiscale, Giuseppe Chiarolla) e altri immobili tra Copparo e Poggio Renatico.      

Il sequestro è scattato a seguito della sproporzione accertata tra i redditi dichiarati e i beni accumulati che per gli inquirenti (Guardia di Finanza e il procuratore capo Bruno Cherchi che ha chiesto e ottenuto il sequestro dal giudice Alessandro Rizzieri) sono il frutto di illeciti fiscali e dunque è stato perseguito il principio che ha portato al sequestro conservativo in vista della confisca dei beni, valutati in 22 milioni e 280mila euro: una misure di prevenzione, applicata soprattutto dall’Antimafia, ma che vale anche per chi accumula beni non giustificati (la sproporzione tra redditi e proprietà anche indirette, questo il caso) e che questi beni siano di provento illecito dichiarato. I coniugi marocchini ricordiamo, assieme ad una decina di imputati, sono stati condannati nel giugno scorso dal tribunale di Ferrara ad una pena di 6 anni e 9 mesi per associazione a delinquere finalizzata alle frodi fiscali.


Le ricchezze secondo gli inquirenti sono state illecitamente accumulate dai coniugi marocchini attraverso una fitta rete di società create ad hoc e amministratori compiacenti. Da qui il provvedimento di sequestro.
Le attività illecite per cui i due imprenditori sono stati condannati per frode fiscale erano connesse alla gestione di alcuni consorzi  - due dei quali con sede in Ferrara e attivi negli appalti nel settore del facchinaggio, della logistica e delle pulizie industriali - intorno ai quali ruotavano una trentina di società cooperative, gran parte delle quali con sede dichiarata nella provincia di Trapani, risultate prive di qualsiasi organizzazione d’impresa e affidate a prestanome.


Ad amministrare gli appalti in questione vi erano direttamente i consorzi a capo dei quali vi erano , di fatto, i coniugi marocchini che utilizzavano il personale alle dipendenze (meramente formali) delle cooperative associate. Il meccanismo di frode si concretizzava in questo modo: i consorzi fatturavano direttamente alla società committenti i servizi e neutralizzavano l’Iva a credito grazie alla fatturazione passiva delle cooperative associate. Poi la galassia delle società cooperative che non eseguivano alcun adempimento fiscale a fronte della fatturazione attiva nei confronti dei consorzi, non versando imposte e contributi.
Con questo meccanismo le cooperative venivano utilizzate da schermo al solo scopo di far ricadere su di esse il debito IVA, di fatto maturato sui consorzi, generando ingenti profitti destinati dagli organizzatori dell’associazione a delinquere, riconosciuta anche dalla condanna.


«La provenienza illecita del denaro utilizzato per accumulare il patrimonio e la notevole e ingiustificata sproporzione - hanno spiegato i vertici delle fiamme gialle ferraresi, i colonnelli Sergio Lancerin e Antonino Magro - fra beni posseduti ed il reddito dichiarato delle  persone indagate hanno portato il Tribunale di Ferrara ad emanare la misura di prevenzione patrimoniale che colpisce anche le persone ritenute “socialmente pericolose”».