"Porto a Ferrara una valigia di ricordi e una di sogni"

Monsignor Gian Carlo Perego è la nuova guida della Diocesi di Ferrara-Comacchio. La cerimonia di ordinazione episcopale a Cremona. L'omelia di monsignor Napolioni: "Il Vescovo è un Vangelo vivente"

I campanari ferraresi salutano il vescovo Gian Carlo Perego

FERRARA. Nel pomeriggio di oggi (6 maggio) a Cremona in occasione dell'ordinazione del nuovo Vescovo della Diocesi di Ferrara-Comacchio,i campanari ferraresi hanno offerto una prova della loro bravura per rendere omaggio a monsignor Gian Carlo Perego. Molto nutrita la delegazione estense giunta Cremona: oltre cento persone tra cui, in rappresentanza della città, anche il sindaco Tiziano Tagliani. Il rito di consacrazione sacerdotale celebrato dal predecessore di Perego, monsignor Luigi Negri, dall'ex vescovo di Ferrara e vescovo emerito Paolo Rabitti e dal vescovo di San Martino Montefeltro, monsignor Andrea Turazzi

«Tra poco ti verrà posto sul capo il libro dei Vangeli. Il cardinal Martini diceva: “Questo è un segno molto bello: significa che (il Vescovo) deve avere il Vangelo dentro se stesso e quindi essere un Vangelo vivente. Egli è sottoposto a esso in ogni senso: la sua parola deve fare risuonare il Vangelo e ogni gesto deve essere una realizzazione del Vangelo». Così, nella sua omelia – alla messa di ordinazione episcopale  – il vescovo di Cremona monsignor Antonio Napolioni ha riassunto il senso più profondo che attende la missione del nuovo vescovo di Ferrara-Comacchio e abate di Pomposa. monsignor Gian Carlo Perego.

Quest’ultimo ha rivolto un saluto affettuoso e commosso alla comunità che si appresta ad accoglierlo:  «Lo Spirito del Signore è su di me” – ha esordito - È una nuova Pentecoste, quella che abbiamo vissuto insieme oggi, perché attraverso il suo Spirito, il Signore ha voluto ‘formare’, ‘informare’, ‘riformare’ la mia mente, il mio cuore, la mia anima per servire la Chiesa particolare di Ferrara-Comacchio. È inevitabile pronunciare subito la parola ‘grazie’ al termine di questa celebrazione liturgica della mia ordinazione episcopale, nella stupenda cornice di questa Cattedrale, in questa ‘povera e santa Chiesa’ come la ritraeva il grande vescovo Geremia Bonomelli, nella mia ‘cara terra’, come la chiamava Don Primo Mazzolari, nel 1946 esprimendo i sentimenti del ritorno dalla guerra».

Dalla sua terra, diretto a Ferrara, monsignor Perego porterà con sé due valige, quella dei ricordi e quella dei sogni. Nella prima «non fotografie scolorite, ma esperienze vive, attorno alle quali ritrovo una tradizione cristiana, familiare, parrocchiale, ecclesiale. Riversando questa prima valigia, metaforicamente, su questo presbiterio, riprendo solo alcune cose, tra quelle che hanno alimentato il mio cammino vocazionale fino a oggi».

Gian Carlo Perego ha voluto condividere, tra gli altri, due ricordi della sua infanzia: «Mi ritrovo bambino, nella casa familiare di Agnadello, ogni martedì per pochi minuti, davanti al televisore in bianco e nero - una delle cose nuove meravigliose per il Concilio Vaticano II -, a vedere e ascoltare Padre Mariano, che iniziava e concludeva con ‘pace e bene a tutti’ la lettura di una lettera della sua sterminata posta. Quell’uomo di Dio ogni martedì mi chiamava e sentivo il dono della sua dolcezza, della sua paternità. Lasciato il televisore vado in paese, ad Agnadello, per ritrovare incontri, amici, giochi, il rosario delle sere di maggio a S. Bernardino, il campo dell’Oratorio, la mia seconda casa, gli affetti, l’altare e la chiesa dove servire la messa e non solo. E qui ritrovo un secondo ricordo vocazionale. Era autunno , con giornate avvolte nella nebbia e don Luigi , il mio parroco, viene a chiamarmi per accompagnarlo a benedire le famiglie. Tenevo la borsa stretta, perché i soldi si mischiavano alle uova, mentre andavamo verso una cascina del paese, sulla strada sterrata. Arrivati alla cascina iniziamo il giro della benedizione delle famiglie dei contadini. Entrati in una casa vedo il padre e la madre ubriachi fradici agli angoli della cucina e sentiamo dei pianti di bambini nella stanza accanto: don Luigi mi lascia l’asperges e va in stanza e ritorna con in braccio una neonata e un bambino di tre anni. Dopo aver sgridato i genitori siamo andati in macchina e ha portato i due bambini in casa parrocchiale. Quel gesto di carità paterna è ritornato spesso nei miei pensieri in questi anni».

A Ferrara monsignor Perego porterà anche un bagaglio di sogni: «Ci sono sogni che ritornano continuamente e informano le mie scelte, si confrontano con le mie decisioni di servire la Chiesa, continuamente rinnovate in questi anni. Il primo sogno è molto bello, perché è ritornato due volte nei primi anni del mio ministero presbiterale e vede protagonista il vescovo Assi. Nel discorso del suo primo Convegno pastorale, nel settembre 1983, indicava il sogno di costruire “Una Chiesa viva, giovane, povera, libera, fedele al vangelo, aperta al dialogo, rispettosa degli ordinamenti delle istituzioni e docile al soffio dello Spirito”. Alla sua morte, nell’omelia delle esequie, il 19 settembre 1992, il card. Carlo Maria Martini, citò il sogno di Assi. Oggi un terzo Vescovo condivide questo sogno e lo porta nella sua valigia, rinnovato da un nuovo sogno, quello condiviso da papa Francesco nel discorso al Convegno ecclesiale di Firenze, il 10 novembre 2015, un evento di grazia che porto nel cuore e nella mente. Papa Francesco, riconsegnando alla Chiesa Italiana l’esortazione Evangelii gaudium, perché la rileggessimo in modo sinodale, e ricordando di “non guardare dal balcone la vita”, ha aggiunto: “Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta, con il volto di mamma, che comprende, accompagna accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà”. E siccome i sogni non sono come le cose, ma si possono condividere pur restando in luoghi diversi, questi sogni li prendo con me e li condividerò con la Chiesa di Ferrara e Comacchio, ma rimangono anche a Voi, a questa Chiesa in Cremona».