Il marchio va all’asta: il Don Giovanni chiude i menu stellati

Si fanno sentire le ripercussioni del fallimento della Cmr Anche problemi con i vicini: i titolari riapriranno altrove

FERRARA. Sono passati quasi vent’anni da quando il ristorante Don Giovanni ha aperto i battenti, avviando una storia gastronomica e imprenditoriale costellata di successi e riconoscimenti, tra cui l’ambita stella Michelin. Ora il ristorante rischia di chiudere i battenti o almeno subire, nei prossimi mesi, un sostanziale cambio di rotta. Il marchio e i muri (non la gestione) sono infatti stati coinvolti in un fallimento, ed a pagarne le conseguenze rischiano di essere il ristorante gourmet e il bistrot.

I motivi non sono da ricercare nel cattivo andamento dell’attività o nelle difficoltà legate alla gestione economica, ma nella concomitanza di alcuni fattori. In primo luogo l’onda lunga del fallimento della cooperativa Cmr di Filo di Argenta che, oltre ad avere curato l’opera di ristrutturazione dell’intero palazzo, fino al 2011 era socio di capitale nel Don Giovanni. L’iter del fallimento ha portato, nel maggio scorso, alla vendita all’incanto dell’immobile nel quale ha sede il ristorante, mentre a settembre prossimo verranno messe all’asta le attrezzature, la licenza e il marchio. In secondo luogo la difficile convivenza tra diverse attività nel palazzo della ex Borsa.

Quindi il destino dell’attuale gestione sembra segnato. Un futuro che gli stessi proprietari - lo chef Pier Luigi Di Diego e la moglie Laura Galantuomo che cura la sala - stanno scrivendo con le loro mani e non certo subendo. Anzi, superato il momento critico i due hanno metabolizzato le difficoltà e sono ripartiti con grande energia per dare vita a un nuovo corso.

«Molto probabilmente il Don Giovanni (così come lo conosciamo, ndr) non esisterà più», racconta Laura, che dal 2015 è subentrata al maître e sommelier Marco Merighi, che nel 1998 aveva ideato il Don Giovanni assieme allo chef Di Diego per poi lasciare la società. «Certamente cambieremo pelle e anche location - continua la Galantuomo -. Siamo un’azienda sana, seria, che ha ottimi rapporti con i fornitori e i dipendenti e abbiamo grandi potenzialità che nell’attuale situazione non riusciamo ad esprimere. C’è un’evidente incompatibilità tra le aziende che si affacciano sulla corte interna e quindi abbiamo deciso di guardare altrove. Ci siamo già mossi per cercare un nuovo locale, magari più piccolo, in città o nelle immediate vicinanze». Il contratto di affitto scadrà a gennaio del prossimo anno, «ma se troveremo qualcosa che ci colpisce potremmo trasferirci anche prima. Siamo un’azienda che ha un volume di acquisti considerevole, quindi stiamo anche cercando di capire quando sarà il momento migliore per spostarci».

Nella nuova location non cambierà l’idea di cucina che in questi anni ha portato il Don Giovanni ai piani alti della ristorazione. La continua e costante ricerca di materie prime sarà ancora la base per una cucina di qualità che lo chef Di Diego padroneggia con tecnica, personalità e cuore.

Il viaggio del Don Giovanni iniziò quasi vent’anni fa a Marrara, alle porte di Ferrara. In quel luogo prese forma l’idea ambiziosa di due giovani con tanti sogni nel cassetto. Dopo la comune esperienza al Trigabolo di Argenta, luogo rivoluzionario della cucina italiana tra gli anni Ottanta e Novanta, Di Diego in cucina e Merighi in sala decisero di mettersi in proprio, iniziando un percorso che ha avuto diverse tappe importanti. Iniziando dal 2003, quando il ristorante si trasferisce a Ferrara, nell’esclusivo palazzo dell’Ex Borsa. Oltre alla clientela, anche la critica si accorge di questa realtà in grande ascesa: su tutte le guide gastronomiche il Don Giovanni ha punteggi eccellenti. Il locale è un punto di riferimento nella ristorazione ferrarese. Ora si volta pagina, si cambia palcoscenico, ma restando fedeli a quel sogno.

Mauro Cavina

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