In casa 82 cani, lo sfratto ancora rinviato

Inquilini morosi ma con l’obbligo di dimora. Ieri almeno hanno aperto la porta ai vigili

FERRARA. Un piccolo passo per la giustizia, un grande passo per la signora Emilia Gavioli. Ieri mattina (27 giugno l’interminabile e paradossale vicenda della casa di via Catena tenuta per anni in ostaggio da due occupanti abusivi con il loro esercito di cani, è approdata - con l’intervento della forza pubblica - a un risultato concreto, il primo da quando, nel 2011, il Tribunale di Ferrara dichiarò nullo il contratto di affitto e ordinò lo sfratto esecutivo. Sgombero finora frenato da una disposizione del giudice che imponeva alla stessa proprietaria della casa usurpata di farsi carico della cura e del mantenimento degli animali, visto che nessun ente o associazione si era dichiarato disposto a farlo.

Ci è voluta la determinazione di un nuovo ufficiale giudiziario, nominato espressamente dal Tribunale per trovare la quadra del cerchio, per interrompere il giro vizioso di interventi a vuoto - quasi una trentina - che hanno costellato questi anni seguendo uno schema da teatro dell’assurdo: l’ordine di ingresso da parte dell’ufficiale giudiziario, il rifiuto dell’occupante di aprire la porta di casa, la richiesta alla proprietaria di accollarsi la cura dei cani per poter procedere allo sfratto, l’ovvio rifiuto e l’ennesimo rinvio a due-tre mesi dopo. Per ricominciare tutto daccapo.


Ieri però il copione è stato molto diverso, l’intervento della forza pubblica ha fatto il suo corso, soprattutto i canili della provincia sono stati adeguatamente coinvolti per scongiurare l’obbligo, da parte della signora Gavioli, di farsi carico dei cani con una spesa stimata di 3000-4000 euro al mese.

Così carabinieri, polizia municipale, servizio veterinario dell’Asl, Enpa, un medico veterinario privato, funzionari del tribunale, guardie ecozoofile e ufficiale giudiziario hanno finalmente fatto ingresso nella casa di via Catena; e non c’è stato nemmeno bisogno di un fabbro perché gli occupanti, dopo le iniziali resistenze, hanno aperto la porta di casa.



Dentro, i veterinari dell’Asl hanno censito la bellezza di 82 cani di piccola taglia, di tipo shitzu ma spesso frutto di incroci. Di questi solo 30 avevano il microchip e ci sono volute ore, dalle 9.30 fin quasi alle 13, per “identificare” tutti gli animali. A un certo punto erano perfino finiti i microchip a disposizione, e la Municipale è dovuta tornare indietro per procurarsene altri. Si tratta, appunto, del primo passo per poter procedere con lo sgombero dell’immobile. Il 5 luglio si terrà un incontro in Comune con l’ufficiale giudiziario per allertare tutti i canili della provincia affinché accolgano i cani sottoposti a censimento.

Caso chiuso? In realtà non proprio, perché in questa disgraziata storia gli intoppi sembrano non finire mai. È emerso infatti che a carico della compagna dell’occupante abusivo c’è un obbligo di dimora, per problemi estranei alla vicenda, proprio nella casa di via Catena 22, e sarà quindi necessaria una richiesta di revoca alla magistratura. I tempi per lo sfratto dunque, slittano tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. In fondo poca cosa, per chi ha atteso per quasi sette anni (dallo sfratto) di poter ritornare in possesso della propria casa.



Tutto era cominciato nel 2008, quando la signora Gavioli e l’anziana madre avevano affittato la casa di via Catena (circa 120 metri quadrati) a una pensionata. Poco dopo però, la proprietaria si era resa conto che la casa non era abitata dall’anziana, ma dal figlio e dalla sua compagna, e invasa da cani. Un successivo accertamento del servizio veterinario Asl, nel 2009, aveva verificato la presenza di 56 cani, praticamente un allevamento abusivo che, come dimostra l’intervento di ieri, nel frattempo si è ben rimpinguato.

Ce n’era abbastanza perché il Tribunale civile annullasse il contratto d’affitto, per l’uso non conforme della casa, e a disporre lo sfratto. Tanto più che, già dal 2010, gli occupanti avevano smesso di pagare .

Sembrava una questione semplice, e invece è diventata assurdamente complicata proprio per la presenza dei cani. Nessuno poteva farsene carico. Non il padrone, senza un posto dove metterli; non l’Enpa, a cui il Tribunale aveva pure dato l’incarico di custodia degli animali e che poi si tirò fuori perché a suo avviso le bestiole erano sane e amate; non i canili, dove non c’era posto.

E quindi? Quindi il cerino era rimasto alla Gavioli. Lo aveva ribadito ancora un anno fa, il giudice civile, che i cani erano «impignorabili solo se d’affezione o per allevamento senza fini commerciali», e non essendo stato possibile accertare che i cani fossero destinati alla vendita «la proprietà immobile oggetto di rilascio» (leggi: la signora Gavioli) «non può esimersi dall’anticipare le spese relative alla sopravvivenza degli animali».

In questi anni si erano susseguiti gli appelli sempre più sconsolati della signora Gavioli, a cui questa odissea, comunque vada, ha presentato un conto salatissimo: cinquantamila euro di affitto non percepito, a cui aggiungere i danni all’immobile, le spese legali e l’Imu sulla seconda casa. Quella sì, puntualmente pagata.