«Mio fratello se n’è andato da nobile dell’Ottocento»

Pirro Bartolucci: tutto ha una spiegazione, ma questo proprio non me l’aspettavo «Schiacciato dai debiti e dalle preoccupazioni, la pistola forse un regalo di papà»

Ferrara, uccide moglie e figlio e si spara. Parla il fratello

«È successa una tragedia: mio fratello, sua moglie, loro figlio, tutti morti». Sono le 8.20, quando chiamo Pirro Bartolucci al cellulare: è su un lato della piazzetta privata che porta il nome della sua famiglia, attorniato da personale della polizia e dei vigili del fuoco.
Poco più in là sua sorella Maria Luisa, suo marito, loro figlio. Lo chiamo al cellulare, perché nel frastuono dell’autopompa dei vigili del fuoco non mi sente: risponde, lui che il telefono spesso lo lascia squillare a vuoto, risponde subito. Gli dico di voltarsi, gli faccio ampi cenni per mostrargli dove sono, lì, appena fuori dall’arco che separa la corte di quella casata nobiliare da piazzetta Schiatti. Da una mezzora sono convinto di essere arrivato lì per un servizio su un incendio: sì importante, sì in pieno centro, sì nel giorno del mercato, ma solo un incendio. Invece, Pirro mi si avvicina e mi svela la tragedia, l’immane tragedia che lo ha colpito, i parenti più stretti, suo fratello minore e la sua famiglia.

Dramma per la casa

Conosco Pirro Bartolucci ormai da diversi anni, potrebbe essere mio padre: smetto di fare il giornalista, scavalco il nastro bianco e rosso che ci separa e lo abbraccio. Poi, lui che sa benissimo di parlare con un giornalista, per quanto “di famiglia”, riprende a parlare: «Anch’io credevo ci fosse solo un incendio, sono stato io a chiamare i vigili del fuoco, verso le 6. Invece, guarda cos’è successo... Gli ha sparato? Non capisco, io spari non ne ho sentiti».

Ancora non riesce a realizzare nemmeno lui cos’è accaduto, è frastornato. Quando i vigili del fuoco hanno trovato i corpi semi carbonizzati di sua cognata e suo nipote, poi, più tardi, quello di suo fratello davanti a casa Cini, in via Boccacanale di Santo Stefano, le forze dell’ordine gli hanno sommariamente riferito del lutto che lo aveva colpito: «Ho avvertito solo mia sorella - mi dice -, è arrivata subito da Marina di Ravenna, invece i miei figli ancora no: mia figlia vive a Roma, mio figlio è in Germania per lavoro...».

Li chiamerà più tardi, ma prima che apprendano la tragica notizia da un sito internet piuttosto che da un telegiornale.

Si allontana, va a farsi una doccia, poi la polizia lo prende in disparte e lo porta via, per gli approfondimenti necessari. Torna, è assalito da cronisti e telecamere, ma non batte ciglio e si presta a rispondere a tutte le domande. Quando ha terminato, nel caldo di quella piazzetta, è ora di pranzo, così lo invito a mangiare qualcosa assieme, ma non ha fame: è lui, al contrario, a invitarmi a salire a casa sua. È lì, fra l’intervista e e i ricordi - che fa solo piacere raccontare a chi, in qualche modo, ha iniziato a elaborare un lutto -, che prova a darmi, e a darsi, una spiegazione.

«È una vicenda di altri tempi: nell’Ottocento, quando una persona non poteva far fronte ai propri debiti, prendeva una pistola e pum, un colpo e finiva tutto così. Ecco, mio fratello ha fatto proprio così. Il suo debito, inizialmente, era poca cosa, poi è cresciuto in maniera esponenziale. Così, non è più riuscito nemmeno a pagare le tasse e si è aggiunta Equitalia. Fra banca e cartelle delle tasse era arrivato a duecentomila euro: abbiamo provato in tutti i modi ad aiutarlo, noi della famiglia e le persone più vicine, avevamo pensato anche a vendere qualcosa delle proprietà immobiliari, ma è tutto complicato, ci sono fratelli, cugini, eredi... Così, siamo arrivati al pignoramento della casa, all’asta, alla vendita, allo sfratto. Siamo riusciti ad avere una proroga, ma oggi (ieri, ndr) a mezzogiorno sarebbe dovuto arrivare l’ufficiale giudiziario a metterli fuori casa, a prendergli il suo negozio. Non sarebbe stato un problema nemmeno quello, avrebbe potuto spostarsi in un’altra ala della corte, fare il suo negozio anche più grande e più bello. Ma quella era casa sua, dov’era nato, dove aveva cresciuto suo figlio... No, secondo me è da ottobre scorso che ci stava pensando, che meditava questa decisione estrema: arrivati al giorno decisivo, ha avuto la forza d’animo di mettere in pratica il suo proposito».

Ma qui non si tratta “solo” di un suicidio, prima ha tolto la vita anche alla moglie e al figlio: «Anche questo - ragiona ad alta voce Pirro - immagino faccia parte di un ragionamento: sua moglie, casalinga, persona semplice, non sarebbe stata in grado di affrontare tutte le difficoltà che si erano create, così come suo figlio, che da tre anni lottava con un tumore: lo abbiamo portato dappertutto per farlo curare. No, mio fratello non ha voluto scaricare il peso che lui stesso non riusciva a reggere sulla sua famiglia, allora l’ha portata con sé».

Ferrara, i vigili del fuoco portano fuori le pellicole cinematografiche dalla casa del dramma

Possibile che nessuno si sia accorto che Galeazzo fosse in procinto di un gesto tanto eclatante? Pirro non è sorpreso neppure da questo: «No, mio fratello non era persona che mostrava le sue preoccupazioni. Certo, eravamo consapevoli delle sue problematiche, ma non del suo stato d’animo, almeno non al punto da temere che prendesse una decisione del genere, estrema. L’ultima volta l’ho visto ieri mattina (giovedì, ndr): qui in cortile ho la mia auto parcheggiata e, prima di prenderla, sono andato al suo negozio per salutarlo. Lui era sempre lì, con la sua pipa in bocca, a trafficare fra le sue cose: tutto normale, ci siamo salutati. Poi, stamattina all’alba...».

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Restano da chiarire altri due temi, l’arma e il luogo del suicidio: «Della pistola non sapevo nulla. La polizia mi ha detto che si tratterebbe di una Smith & Wesson calibro 32, un’arma vecchia: posso immaginare che gliel’abbia regalata nostro padre e anche quale provenienza possa avere. Mio padre era federale di Zara, mio zio di Zara e Dalmazia, nominati direttamente da Mussolini. Il papà, però, non aderì alla Repubblica di Salò e raccontava che dei partigiani gli diedero una pistola per sua difesa personale: Galeazzo aveva un rapporto speciale con nostro papà, era il secondogenito, il suo “cocco”, quindi immagino possa essere stato un suo dono personale».

Doppio omicidio-suicidio di Ferrara, il luogo del ritrovamento del corpo dell'omicida

Anche nel luogo scelto per togliersi la vita, Pirro legge un tratto del fratello minore: «Casa Giorgio Cini per Galeazzo aveva un significato particolare, aveva iniziato a frequentarla sin dai tempi del liceo e lo ha fatto a lungo: per lui era il luogo dove discutere di idee, la sua famiglia non gli bastava, aveva bisogno di confrontarsi anche con una cultura diversa da quella delle sue origini. Un giorno, di recente, mentre assieme andavamo alle Poste centrali, si fermò davanti all’ingresso e mi disse: “Guarda, questa è la mia casa”. L’ha fatta sua per sempre».

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