Stalking di quartiere. In aula accuse e paure dei vicini perseguitati

Moglie e marito imputati, lei è stata sospesa dal lavoro all’Asl. Una delle vittime: li denunciammo, e così iniziò il nostro inferno

FERRARA. Se la prende con giornali e giornalisti, che le chiedono conto del processo che la vede imputata di stalking (solo per due episodi) con il marito accusato di tanti altri atti persecutori che hanno trasformato un piccolo pezzo del quartiere di via Rambaldi nell’inferno (e a sentire gli abitanti, non è una esagerazione giornalistica). Virginia Cerasi lo dice direttamente: «Grazie a voi che mi avete sempre diffamata, mi hanno sospesa dal servizio e adesso vado alla Caritas per mangiare?». Lei, dipendente dell’Asl, addetta all’Urp dell’ospedale di Cona, al momento non lavora più perchè l’azienda ha ritenuto di sospenderla in modo cautelativo dal servizio (al 50% dello stipendio). E lei, la signora Cerasi ieri in tribunale a conclusione dell’udienza, l’ennesima che la vede imputata assieme al marito, Carlo Dedoni dello stalking di quartiere, si sfogava coi cronisti. Il suo legale Riccardo Ziosi informa subito che sono state attivate le procedure per contestare la sospensione. Che viene motivata dall’azienda, dice la difesa - solo sulla base dei servizi giornalistici. E che se non vi sarà una mediazione (il legale ha già inviato una lettera di spiegazioni all’azienda, chiedendo di ascoltare le ragioni della signora Cerasi) seguirà le vie giudiziarie, più che obbligate: ricorso al Tar e richiesta di provvedimento d’urgenza. Un procedimento che corre parallelo ai tanti guai che moglie e marito condividono con la giustizia. Come ricordava ieri il legale di parte civile, Patrizia Micai, per conto delle 4 vittime presenti in tribunale, le due coppie Cristiana Vici-Antonio Faedda e Rita Volpi-Gian Roberto Luzi: «oltre questo sono altri quattro i processi davanti al giudice di pace».

Ma adesso la paura cresce perchè Dedoni, agli arresti domiciliari da marzo, dopo essere stato arrestato e processato per aver picchiato a sangue Luzi, ha avuto dal tribunale di sorveglianza la possibilità di uscire di casa per diverse ore: «E’ libero di fare ciò che vuole», dicono i vicini- vittime, tremando. Antonio Faedda, ufficiale dei carabinieri in pensione, è uno dei vicini- vittima e raccontava ieri al giudice Giacomelli: «Sono stato anche in Iraq dove c’era la guerra, in Barbagia a Orgosolo, tra i pastori, ma là non ho mai trovato l’inciviltà che ho trovato qui a Ferrara dal mio vicino: e dire che ci eravamo trasferiti da Bologna a Ferrara perchè mia moglie doveva stare vicino alla madre, ed è stato l’inferno». «Stesso inferno - ricorda Faedda - iniziato quando denunciammo i nostri vicini». Il processo continua, alla prossima udienza del 20 novembre quando verranno chiamati davanti al giudice gli inquirenti e gli altri abitanti della zona, di via Rambaldi per testimoniare che «da anni non viviamo più». (d.p.)