La verità della Procura sul crac Carife

Pier Ferdinando Casini, presidente Commissione d'inchiesta bicamerale sulle banche

Patrizia Castaldini, Stefano Longhi e Barbara Cavallo ascoltati dalla Commissione bicamerale d'inchiesta sulle banche

FERRARA. La Commissione bicamerale d'inchiesta sulle banche, presieduta da Pier Ferdinando Casini, accende i riflettori sulle quattro banche finite in risoluzione nel novembre del 2015 e, in attesa del clou di Banca Etruria, con l'audizione giovedì del procuratore di Arezzo, avvia l'esame della crisi di Carife con l'audizione di Patrizia Castaldini e Stefano Longhi, rispettivamente procuratore della Repubblica e sostituto procuratore presso il Tribunale di Ferrara. La Procura indaga e il processo è atteso nel 2018.

Patrizia Castaldini, procuratore di Ferrara

La crisi Carife nasce, dopo l'aumento di capitale da 150 milioni del 2011, da un'ispezione della Banca d'Italia, che si chiude nel febbraio 2013 e che porta pochi mesi dopo, nel giugno 2013, al commissariamento da parte del ministero dell'Economia, che dura oltre due anni, fino alla risoluzione del novembre 2015. Un tentativo di salvataggio del Fondo interbancario da 300 milioni fallisce per l'opposizione di Bruxelles all'intervento del Fondo stesso. La crisi di Carife si evidenzia nel bilancio 2012, chiuso con una perdita record di oltre 104 milioni, rispetto a quella di soli 3,7 milioni dell'anno precedente, a seguito di svalutazioni di crediti, balzate da 45 a 228 milioni per gli incagli sui finanziamenti al settore immobiliare e in particolare a Vegagest Immobiliare e ad Acqua Marcia. La banca è stata anche vittima di una truffa immobiliare, ma in Appello a Milano tutti gli imputati furono assolti nel giugno del 2014.

Stefano Longhi

Falso in prospetto, aggiotaggio reiterato, ostacolo alla Vigilanza e bancarotta fraudolenta per aumento fittizio di capitale. Questo il menù delle accuse della Procura di Ferrara nei confronti degli ex amministratori della Cassa di Risparmio di Ferrara, banca finita in risoluzione nel 2015, per l'amento di capitale da 150 milioni realizzato nel 2011. Il pubblico ministero Barbara Cavallo davanti alla Commissione bicamerale d'inchiesta sulle banche enumera l'ampia mole di informazioni false inserite nel prospetto. La ciliegina sulla torta è la motivazione della ricapitalizzazione annunciata da Carife nei comunicati stampa: anticipare il rafforzamento patrimoniale in vista di Basilea 3. L'aumento, invece, era frutto di un diktat di Bankitalia, che, a fronte del deterioramento dei crediti e di altri problemi della banca, aveva chiesto un aumento da almeno 150 milioni. Carife, invece, nel prospetto non scrive che via Nazionale lo aveva chiesto «per far fronte sulle perdite attuali (al 2011, ndr) e prospettiche».

All'udienza preliminare, in corso a Ferrara, ci sono «1.300 parti offese» sottolinea il magistrato. L'aumento fu fatto sottoscrivere dai clienti retail contrariamente a quanto aveva chiesto Banca d'Italia (investitori consapevoli e con capacità economica).

Blandini e Capitanio, ex commissari Carife

La crisi della Cassa di risparmio di Ferrara non è stata aggravata dall'amministrazione straordinaria avviata nel giugno 2013 e durata oltre due anni, fino alla risoluzione della banca nel novembre del 2015. È la convinzione dei magistrati di Ferrara auditi oggi, martedì 28 novembre, dalla Commissione bicamerale d'inchiesta sulle banche che ha iniziato l'esame delle crisi delle quattro banche dell'Italia centrale finite in risoluzione. Nel corso dell'audizione il sostituto procuratore Stefano Longhi afferma che i commissari nominati dalla Banca d'Italia a Ferrara, Antonio Blandini e Giovanni Capitanio, «quando prendono in mano la gestione della banca proseguono con la riclassificazione dei crediti in modo più deciso» rispetto ai manager dell'istituto, con una riclassificazione a sofferenza sia degli incagli che dei crediti ancora classificati in bonis senza più esserlo. Un'azione che aumenta il passivo della banca.

Barbara Cavallo

Sul tema risponde anche il sostituto procuratore Barbara Cavallo, rispondendo a una domanda del senatore Mauro Marino (Pd) su un clima molto ostile registrato dal parlamentare a Ferrara nei confronti dei commissari di Bankitalia. Secondo Cavallo è circolata sui giornali una notizia falsa sul commissariamento: «È stata diffusa l'informazione che nella sentenza d'insolvenza della banca (emessa nel febbraio 2016, tre mesi dopo la risoluzione) ci fosse, implicitamente, l'indicazione che il dissesto fosse stato cagionato dal commissariamento. Non è vero. La sentenza questo a nostro avviso non lo dice».

I magistrati ferraresi hanno aggiunto che «le cause del dissesto di Carife ed eventuali responsabili e corresponsabili sono oggetto d'indagine in questa fase da parte degli uffici della Procura ferrarese.
I magistrati di Ferrara hanno ricordato che i reati contestati per gli ex manager della banca, legati all'aumento di capitale del 2011, sono oggetto dell'udienza preliminare in corso a Ferrara dove si sono costituite parti civili Consob, Banca d'Italia, Deloitte, Cassa di risparmio di Cesena e Popolare Valsabbina. Con queste due banche ci furono sottoscrizioni reciproche di azioni per raggiungere in modo fittizio l'ammontare dei 150 milioni dell'aumento di capitale.

Riguardo ai rapporti con la Fondazione Carife, che al momento dell'aumento aveva il 66% del capitale e non sottoscrisse la sua quota per mancanza di disponibilità, i due magistrati hanno chiarito che non hanno trovato prove del concorso in bancarotta fraudolenta con la banca. La Fondazione Carife avrebbe dovuto garantire la copertura dell'aumento nel caso non si fosse raggiunta la quota dei 150 milioni, ma Carife scelse di non esporla, optando per lo scambio fittizio di azioni. La Fondazione era informata sulla sottoscrizione dell'aumento e aveva l'interesse che il prezzo restasse alto, per non essere troppo diluita hanno spiegato Cavallo e Longhi. I magistrati della Procura di Ferrara hanno poi ricordato che la Fondazione Carife ha fatto ricorso al Consiglio di Stato contro la pronuncia sfavorevole del Tar rispetto all'impugnazione del decreto di risoluzione del Governo nei confronti della banca del novembre 2015.

L'indagine giudiziaria sulla Cassa di Risparmio di Ferrara fu avviata «a seguito dell'ispezione della Banca d'Italia del 2009» dalla quale era emersa «la grave situazione in cui versava l'istituto sia sotto il profilo gestionale che patrimoniale»; nella stessa ispezione fu anche riscontrato «un forte deterioramento del portafoglio creditizio, imputato a condotte degli amministratori e a un'espansione dell'attività creditizia e non creditizia definita quasi azzardata al di fuori dell'ambito territoriale senza adeguate coperture». È quanto hanno detto in audizione alla commissione banche il procuratore della Repubblica Patrizia Castaldini e il sostituto procuratore di Ferrara Barbara Cavallo. Castaldini e Cavallo hanno quindi ricordato che Bankitalia iniziò allora «un'attività di vigilanza rafforzata» sul gruppo Carife e che poi ci furono numerosi incontri tra i vertici della banca e i funzionari di Bankitalia, con una sua successiva missiva alla banca nell'ottobre 2010. Tale direttiva inviata ai vertici conteneva una «richiesta di adottare provvedimenti idonei per superare la crisi economica e finanziaria». In particolare veniva sollecitata come «improcrastinabile» la cessione di partecipate e come alternativa veniva richiesto anche un piano strategico di rafforzamento patrimoniale con un «aumento di capitale non inferiore a 150 milioni di euro e l'obiettivo di un tier 1 almeno pari all'8%, che doveva essere mantenuto costante nel tempo». L'offerta di nuove azioni doveva essere indirizzata a «soggetti qualificati e informati del rischio, tenuto conto dei problemi economici e finanziari della banca».