Una festa di luci Mattarella inaugura il museo ebraico

La storia della nascita del Colosseo colpisce il Presidente Si rinsalda il legame tra il popolo del Libro e Ferrara

L’affollatissima cerimonia di inaugurazione ufficiale del Museo dell’Ebraismo e della Shoah, con la mostra “Ebrei, una storia italiana, i primi mille anni”, ha ruotato attorno alla presenza tranquilla di Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica è arrivato puntuale, da un ingresso secondario del museo, salutando da lontano telecamere e giornalisti, ed è stato un’ora e mezza dentro il primo edificio completato del Meis, ascoltando i discorsi ufficiali e gustandosi l’anteprima della mostra. «Si è dimostrato molto interessato, ha fatto un sacco di domande ed è stato colpito in particolare dalla storia del Colosseo, costruito con l’oro del tempio di Gerusalemme - ha riportato Dario Disegni, presidentedel Meis - Ha seguito attentamente il racconto dell’integrazione degli ebrei in Italia, che ha mantenuto intatta la loro identità. Ha riconosciuto che si tratta di una mostra molto importante».

A stimolare le curiosità di Mattarella, che non si è lasciato sfuggire una sola frase ufficiale, forse per via del delicatissimo momento politico che vive Israele, ha probabilmente contribuito il canovaccio studiato per il pomeriggio. Lungo i tre piani dell’edificio centrale del Meis, “protetto” da un gazebo bianco al quale si è accostata l’auto presidenziale, si sono dispersi gli oltre 400 invitati, tra esponenti delle comunità ebraiche italiane, del mondo culturale e amministrativo locale e nazionale, mentre in una settantina hanno avuto il privilegio di assistere all’accensione delle candele dell’Hannukkah, la festività ebraica che coincide con Santa Lucia, da parte del rabbino Luciano Caro. Tra gli assenti c’era Simonetta Della Seta, la direttrice del Meis, a causa di un grave lutto familiare, che ha affidato il suo saluto allo stesso Caro.

Tutti gli interventi hanno in ogni caso toccato il tasto della lezione che si può ricavare dalla storia dell’ebraismo italiano racchiusa in quell’edificio: inclusione e cultura come «antidoto, il più straordinario, alle paure del diverso, alla chiusura», per citare le parole di Dario Franceschini. Il ministro alla Cultura ha anche esplicitato il motivo per il quale è stata scelta Ferrara per ospitare questo museo nazionale: dopo aver riconosciuto che l’idea originale si deve a Vittorio Sgarbi e Alain Elkann, Franceschini ha ricordato che «i ferraresi sono profondamente legati agli ebrei, ancora oggi. È un po’ Bassani in quell’insegnante che si prende cura dei bambini ebrei che non possono più andare a scuola, con le leggi razziali, e tra questi c’è Paolo Ravenna, che poi è stato tra i sostenitori di questo museo».

Il collante locale nell’opera , ancora parziale, di saldatura del progetto è stato l’altro filo conduttore del pomeriggio. «La città ha seguito passo passo la nascita del museo, e l’amministrazione comunale lo ha sempre sostenuto come progetto strategico, rimanendo in primo piano anche nella non semplice sfida del completamento» ha riconosciuto Disegni. Di «vicenda seguita con amore, rispetto e senso di responsabilità, da parte della città e di tutte le maestranze impegnate nel cantiere» ha parlato il sindaco Tiziano Tagliani, il quale ha rilevato le particolarità ferraresi della storia ebraica, dall’accoglienza degli ebrei sefarditi in fuga dalla penisola iberica ai secoli del ghetto; dal contributo ebraico alla Prima guerra mondiale al fatto di aver avuto un podestà ebreo, Renzo Ravenna, fino all’opera della chiesa locale nel dopoguerra, testimoniata anche da Carlo Schönheit, presente ieri in sala. Tagliani non ha risparmiato un passaggio collegabile con la realtà della cronaca, segnata dai problemi dell’immigrazione: «Bisogna resistere rispetto a tentazioni di chiusura, il confronto con realtà diverse è la strada». Su questo filone ha continuato il presidente della Regione, Stefano Bonaccini: «Il Meis ha sede non a caso a Ferrara, da sempre realtà importante dell’ebraismo italiano fin dalla metà del XIIIº secolo. È anche la storia del faticoso confronto con le minoranze, e di come sicurezza e benessere siano indispensabili a ogni minoranza per vivere serenamente».

C’è stato il tempo, una volta uscito Matterella con tanto di scorta e corazzieri, per una prima visita al Meis e alla mostra che oggi apriranno ufficialmente i battenti al pubblico, per rimanervi fino al 16 settembre 2018. Le luci delle candele sui bracci della Menorah, accese con qualche difficoltà, hanno ondeggiato un poco all’apertura delle porte del grande edificio, con l’ingresso dell’aria fredda della sera. Ma è stato un attimo, poi sono tornate sicure e brillanti.

Stefano Ciervo

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