Armi, maneggiare con cura: «Per la difesa, quante idee errate»

Ferrara, cresce la domanda di autotutela anche attraverso corsi di formazione. Ma il presidente del poligono avverte: «Sulla sicurezza c’è ancora tanto da imparare»

FERRARA. A Limena, piccolo Comune del Padovano, c’è un gruppo di donne che ha pensato che lo spray al peperoncino non basta più: sono le 80 iscritte al “corso di autodifesa personale da strada per signore”, organizzato al poligono di tiro di Padova dal delegato comunale alla sicurezza Jody Barichello. Tutte al tirassegno, dunque, arma in pugno per imparare a sparare: dalla ragazzina di 13 anni alla nonna di 74.

«C’è un bel po’ di confusione, a questo proposito - frena Filippo Mascina, presidente del Tiro a Segno Nazionale di Ferrara - È innegabile che negli ultimi anni il bisogno di autodifesa personale è cresciuto in modo costante e graduale, e interessa in pari misura tanto le donne quanto gli uomini. Ma è anche vero che chi viene qui spinto da queste motivazioni non ha le idee molto chiare, forse perché ha visto un po’ troppi film. Dicono: “Ho bisogno di difendermi perché ho paura quando torno a casa alla sera” oppure “ho paura a girare da sola per strada”. Ma questo non significa poter detenere un’arma. Di fronte a richieste di questo genere, preferiamo dirottare i richiedenti verso corsi di difesa senza armi, sia ospitati da noi e tenuti da specialisti, oppure organizzati in altre palestre».


Con le armi non si scherza, insomma: «la consapevolezza dell’autodifesa è molto importante - continua Mascina - Se fin da piccolo hai praticato un’arte marziale è un vantaggio, perché vuol dire che hai già acquisito autocontrollo dei movimenti e consapevolezza del tuo corpo, cose che non si imparano andando un paio di mesi in palestra. È fondamentale la preparazione psicologica, perché in una persona normale l’idea di fare del male a qualcuno non è innato. Nei corsi di autodifesa si fa ricorso a un metodo di addestramento israeliano, il Krav Maga, che consiste nell’attingere alle pratiche più semplici di diverse discipline. Si tratta del sistema migliore per preparare in tempi brevi persone con un passato diverso e differenti caratteristiche fisiche».

E se a Ferrara iniziative come quelle di Limena per trasformare studentesse, impiegate e pensionate in tante Calamity Jane non sono mai state organizzate, non per questo la difesa con l’uso delle armi non è contemplata: «L’attività difensiva con le armi esiste - continua Mascina – ma la gente ha idee profondamente sbagliate anche se basta un primo incontro per demolire le convinzioni errate, e le persone rispondono bene». Spesso le persone credono che imparare a sparare al tiro a segno significhi poter portare con se’ un’arma o poterla tenere in casa, ma non è affatto così. Altro errore, la scelta del calibro: «La tendenza è quella a sceglierne uno esagerato, non sapendo che sparare con un’arma del genere in un ambiente chiuso rischia di farti saltare i timpani, e dopo il primo colpo di ritrovi a lacrimare e a sanguinare dal naso».

Saper maneggiare un’arma - puntualizza ancora Mascina - significa essere in grado di utilizzarla in ogni momento: «Per intenderci, già è piuttosto difficile saperla usare in condizioni ideali, ovvero quando si è rilassati, si indossano le cuffie e di fronte c’è un bersaglio fisso. Figuriamoci in un contesto di ansia e di agitazione».

Non meno lacunose, troppo spesso, sono le conoscenze in materia di legislazione, a cominciare dalle norme sulla legittima difesa: «Avere un’arma è prima di tutto un’enorme responsabilità, e la materia non va affrontata con leggerezza o seguendo impulsi dettati dalla paura e dal senso di insicurezza. Quante volte mi sono sentito dire: “Se mi entrano i ladri in casa sparo in aria”. Ma anche uno sparo in alto può essere mortale; il proiettile può viaggiare anche per un chilometro e mezzo e poi ricadere giù conservando tutta la sua capacità letale. Altri sostengono che vorrebbero avere un’arma solo a scopo intimidatorio, ma la legge non contempla questa facoltà, l’intimidazione è un reato». Si tratta, in una parola, di «un’educazione alla sicurezza, basata su regole molto chiare e insegnamenti rigorosi. Per questo resto basito, ma anche arrabbiato, quando leggo di incidenti anche mortali a causa di colpi partiti accidentalmente durante la pulizia della pistola; perché se si seguono correttamente le indicazioni, peraltro molto elementari, è addirittura impossibile che possa accadere una cosa del genere».

In bella vista, in una delle sale adibite alle lezioni teoriche, è appeso un cartello che riassume i quattro capisaldi per maneggiare in modo responsabile un’arma, anche per uso sportivo o venatorio: “un’arma è sempre carica”; “mai puntare un’arma contro qualcosa che non si ha intenzione di colpire”; “tenere il dito sempre fuori dalla guardia del grilletto finché non si decide di sparare”; “essere sempre sicuri di cosa c’è dietro il vostro bersaglio».

Alessandra Mura