Lucy, un omosessuale a Dachau «Mi salvò l’essere disertore»

La sua fortuna fu quella di essere un disertore di guerra, perché se fosse venuta a galla la verità oggi non sarebbe a Ferrara per raccontare la propria esperienza. Stiamo parlando di Lucy Salani,...

La sua fortuna fu quella di essere un disertore di guerra, perché se fosse venuta a galla la verità oggi non sarebbe a Ferrara per raccontare la propria esperienza. Stiamo parlando di Lucy Salani, all’anagrafe Luciano Salani, nato nel 1924 a Fossano (Cn), ma trasferitosi presto a Bologna, con anni difficili durante la Seconda Guerra Mondiale tra il reclutamento nell’esercito, il campo di sterminio di Dachau, tante fughe e la decisione negli anni ’80 di operarsi e diventare donna dopo troppo tempo in cui era stato costretto a nascondere la propria omosessualità.

Oggi alle 17.30 nella sede di Arcigay Ferrara, in via Ripagrande 12, viene proiettato il documentario “Essere Lucy” di Gabriella Romano, mentre alle 18.30 la protagonista porterà la propria testimonianza di sopravvissuta a Dachau.


La regista Romano non ha solo realizzato il documentario nel 2011, un paio di anni prima per la casa editrice Donzelli scrisse il volume “Il mio nome è Lucy”, nel quale veniva raccontata per la prima volta la sua storia, talmente appassionante che nel 2014 il regista Gianni Amelio la chiamò per recitare se stessa nel film “Felice chi è diverso”.

Come detto, quella di Luciano è stata una vita rocambolesca, iniziata in Piemonte da figlio di una famiglia di origini emiliane, che dopo alcuni anni decise di ritornare a Bologna. Negli anni della Seconda Guerra Mondiale Luciano consapevole della propria omosessualità è costretto a vivere le proprie relazioni in modo segreto, ma non mancarono le occasioni per essere umiliato dai fascisti: «A volte ti trovavano in atteggiamenti amorosi che a loro non andavano bene - ci racconta Lucy -, in altre c’erano persone che ti denunciavano. Le punizioni erano generalmente le botte o l’essere imbrattato con il catrame...».

Nel 1943 Luciano fu chiamato nell’esercito e si dichiarò omosessuale: «Ma non servì, mi risposero “tutti dicono così” e fui arruolato nell’esercito, nonostante la mia fosse una famiglia antifascista».

Dopo l’8 settembre del ’43 Luciano si ritrovò ad essere un disertore e si diede alla macchia, ma alla minaccia di uccidere la sua famiglia smise di nascondersi e tra i repubblichini ed i nazisti accettò quest’ultimo esercito ed entrò nella contraerei, iniziando settimane di fughe, catture, il rischio di essere fucilato (fu spiato mentre era in atteggiamenti intimi con un tedesco) fino all’ultima cattura in Austria e l’arrivo a Dachau: «Fortunatamente - ammette Lucy - risultavo disertore, non omosessuale. Rimai in quel campo sei mesi e il giorno in cui i tedeschi capirono che era finita ci ammucchiarono al centro del campo e iniziarono a sparare. Io fui ferita ad una gamba e svenni, mi trovarono gli americani in mezzo ai cadaveri».

La storia di Lucy è uscita dopo tanti anni perché lasciò Dachau prima e se ne tornò in Italia, così non risultò tra i sopravvissuti e addirittura i famigliari lo credettero morto. Le prime notizie furono ricavate dal movimento Lgbt, che scavarono negli archivi per trovare le storie di omosessuali vittime di quello che venne definito “omocausto”: storie nascoste da fascismo e nazismo per non dare voce a questa realtà.

Luciano, diventato Lucy negli anni ’80, ha lavorato una vita come tappezziere a Torino, poi è tornata a Bologna per accudire i genitori, fino alla scoperta della Romano, ma questa è già storia recente.