«Nell’acqua del Po sostanze che alterano gli ormoni sessuali»

Studio dell'Università di Ferrara ha valutato gli effetti dell’accumulo di Pfoa nelle carpe. Riscontrati anche possibili danni sul fegato attraverso le alterazioni geniche. Gli scienziati: estendere le ricerche all’uomo

FERRARA. Pentole antiaderenti e abiti impermeabili, carta ad uso alimentare e schiume antincendio. È sufficiente gironzolare nei reparti di un supermercato o aprire il frigorifero domestico per zigzagare tra gli oggetti e gli alimenti usati correntemente fuori e dentro le nostre case.I nomi di alcuni composti chimici sembrano coniati apposta, invece, per essere pronunciati solo dagli addetti ai lavori: Pfoa (acido perfluoroottanoico), pfos (acido perfluoroottansulfonico), pfas (sostanze perfluoroalchiliche). Ma l’industria li usa per aumentare la resistenza all’acqua e ai grassi di alcune tipologie merceologiche di uso comune, come quelle citate all'inizio dell'articolo.

Da oltre venti anni la scienza ha iniziato a guardarli con sospetto. Più recentemente si sono infittiti gli studi scientifici, gli accertamenti sanitari e le polemiche sul loro utilizzo. Da 4-5 anni in alcune province del Veneto (Padova, Vicenza, Verona) queste sostanze chimiche sono finite nel mirino degli ambientalisti e sono state poste sotto osservazione da parte delle autorità ambientali e sanitarie a causa dell’alta concentrazione riscontrata nel sangue dei residenti, all’interno di un bacino di popolazione che conta centinaia di migliaia di persone. L’assorbimento, in questo caso, sarebbe avvenuto attraverso l’ingestione diretta o indiretta di acqua di falda. Da almeno una decina d’anni è noto che queste molecole sono presenti in dosi considerevoli anche nell’acqua del Po.


Uno studio eseguito da un team di ricercatori dell’Università di Ferrara si è proposto si individuare l’effetto dell’accumulo di Pfoa nei tessuti di un pesce di acqua dolce, la carpa. La ricerca, pubblicata a fine 2017 sulla rivista scientifica internazionale “Environmental Toxicology and Chemistry”, ha evidenziato che «il contaminante ambientale Pfoa, non biodegradabile, è in grado di alterare l’espressione di geni coinvolti nel differenziamento sessuale e nella detossificazione (depurazione, ndr) dei tessuti». L’indagine scientifica, finanziata e coordinata da Unife e condotta in collaborazione con l’Università di Siena, ha dimostrato «per la prima volta - scrive Unife - che le dosi ambientali di Pfoa stimate nel Po possono alterare l’espressione genica di un enzima, Cyp19a, che converte il testosterone in estrogeni negli organi riproduttivi maschili e femminili, e di Gst, enzima detossificante che agisce a livello del fegato». La carpa è stata scelta perché viene impiegata, sottolinea ancora Unife, per testare l’inquinamento ambientale.

Proprio per questo motivo «i risultati conseguiti sono preliminari e necessitano di ulteriori studi per una loro validazione ed impiego nell’uomo». In particolare relativamente alla possibilità di «identificare le alterazioni a carico degli ormoni sessuali e del fegato nei soggetti esposti ai Pfoa», sottolinea il testo che presenta lo studio. L’indagine molecolare ha valutato le conseguenze sui pesci dell’assimilazione di diverse dosi di Pfoa in carpe di sesso maschile e femminile: 200 nanogrammi/litro per la concentrazione ambientale (acqua del Po) e 200 milligrammi/litro per la concentrazione sperimentale. «Sebbene le dosi ambientali di Pfoa non si siano accumulate nei tessuti della carpa comune - è scritto nell’abstract dello studio - hanno influenzato i livelli di espressione genica di Gst nel fegato e di Cyp19a nelle gonadi». (gi.ca.)