Sostanze nel Po controlli difficili

Inquinamento da pfoa, l'Arpae: mancano protocolli specifici e uniformi. Il M5s chiede il blocco al commercio dei pesci

FERRARA. In Italia mancano ancora protocolli di analisi uniformi per il monitoraggio di sostanze chimiche come Pfoa (acido perfluoroottanoico), Pfos (acido perfluoroottansulfonico) e Pfas (sostanze perfluoroalchiliche), molecole presenti nel fiume Po e oggetto di una recente ricerca Unife. I primi risultati degli studi confermano al contrario la necessità di potenziare i controlli sulla presenza di queste sostanze, da tempo finite nel mirino degli ambientalisti e già al centro di polemiche sul loro utilizzo in alcune industrie chimiche del Veneto.

«A livello locale - spiega il dirigente di Arpae Ferrara, Pierluigi Trentini - queste sostanze non sono incluse nei monitoraggi nelle acque del Po che vengono svolti mensilmente. Si tratta di sostanze complesse, presenti a bassi dosaggi e difficili da misurare con i normali strumenti a disposizione. Per questo motivo il tema deve essere affrontato a livello nazionale. È l’Ispra (alla cui guida è stato nominato di recente il ferrarese Alessandro Bratti, ndr) che sta mettendo a punto sistemi di monitoraggio e ricerca uniformi, attraverso specifici protocolli di analisi. Si dovrà insistere prima di tutto sulle zone in cui queste sostanze vengono prodotte e poi trasportate da un grande fiume come il Po. Le rilevazioni svolte in passato hanno comunque riscontrato la presenza di questi composti in quantità minime».


Lo studio degli scienziati ferraresi, pubblicato alla fine del 2017 sulla rivista scientifica internazionale Environmental Toxicology and Chemistry, in particolare aveva lo scopo di valutare l’effetto dell’accumulo di Pfoa nei tessuti delle carpe, concludendo che, nonostante le dose ambientali di Pfoa non si fossero accumulate nei tessuti dei pesci, avevano provocato alterazioni geniche nel fegato e nelle gonadi.

Grande preoccupazione ha espresso, in proposito, il candidato M5s alla Camera, Marco Falciano. «Se i pesci subiscono queste alterazioni, è indispensabile effettuare analisi più approfondite sull’acqua prelevata dal Po per uso alimentare. In ogni caso, non si può permettere la commercializzazione di pesci che provengono da contesti inquinati, valga l’esempio dei laghi di Mantova» è la sua valutazione.