Bratti (Ispra): occhi aperti su Pfoa e gli altri veleni del Po

«Alla presenza di inquinanti che sono anche interferenti endocrini (sostanze che alterano l’equilibrio endocrino dell’organismo, ndr) si deve prestare la massima attenzione». Il commento arriva dal...

«Alla presenza di inquinanti che sono anche interferenti endocrini (sostanze che alterano l’equilibrio endocrino dell’organismo, ndr) si deve prestare la massima attenzione». Il commento arriva dal ferrarese Alessandro Bratti, neo-direttore di Ispra, l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, dopo la pubblicazione dello studio effettuato da un team di ricercatori dell’Università di Ferrara che ha valutato gli effetti della contaminazione sulle carpe da parte di composti chimici (Pfoa) utilizzati per migliorare la resistenza all’acqua e ai grassi di alcuni prodotti, anche ad uso alimentare. L’indagine scientifica ha evidenziato l’alterazione di due enzimi che agiscono sul differenziamento sessuale dei pesci e sulla corretta funzionalità del fegato. La ricerca ha individuato le anomalie prendendo come base due valori di contaminazione: quello stimato dell’acqua del Po (200 nanogrammi/litro) e uno sperimentale (200 milligrammi/litro).

«È da alcuni anni che la presenza di quelle sostanze è stata riscontrata anche nell’acqua del Po, oltre che nelle falde e nell’acqua potabile di una vasta area del Veneto, attorno al sito in cui opera un’industria vicentina, la Miteni - conferma Bratti - L’Arpa di questa regione sta svolgendo un lavoro accuratissimo e prezioso, anche grazie ai suoi laboratori molto innovativi e all’avanguardia a livello europeo. Ispra sta collaborando con l’Agenzia del Veneto proprio per cercare di impostare linee guida nazionali che consentiranno di monitorare la presenza e pericolosità di queste sostanze». Uno degli scogli più complicati da superare è la possibilità di misurare la concentrazione di questi composti (Pfas, che comprendono Pfos e Pfoa) che sono impiegati nelle padelle antiaderenti, per impermeabilizzare i tessuti e per produrre carta alimentare.


Possono essere presenti in quantità minime e gli enti di controllo non sono sempre attrezzati. «Purtroppo alcuni studi internazionali hanno da tempo confermato che possono agire su alcuni meccanismi biologici anche in dosi minime, inoltre sono sostanze che persistono a lungo nell’ambiente - prosegue Bratti - Si tratta di nuovi inquinanti che devono essere ulteriormente studiati e analizzati. Gli enti e organismi di controllo ma anche le imprese che forniscono determinati servizi dovranno attrezzarsi mettendo in campo investimenti adeguati». (gi.ca.)