Diamanti venduti in banca «Restituiti soldi e spese»

Un caso ferrarese da 100mila euro nella vicenda sanzionata dall’Antitrust L’avvocato: riconosciuta per la prima volta la responsabilità dell’istituto

Un diamante è per sempre, recitava quel fortunato slogan. Nel caso però se ne acquistino come forma d’investimento e ad un certo punto vi sia la necessità di separarsene per fare cassa, può diventare difficile rientrare delle somme stanziate. Il pentolone dei diamanti da investimento è stato scoperchiato dall’Autorità per la concorrenza, che nell’ottobre scorso ha sanzionato per quasi dieci milioni di euro un gruppo di banche, Unicredit, Intesa, Mps e Bpm, accusate di vendite «gravemente ingannevoli e omissive» nell’offerta dei diamanti da investimento da parte di due società, Intermarket diamond business e Diamond private investment. Di seguito sono partiti un po’ in tutta Italia dei contenziosi da parte di risparmiatori che chiedevano alla banca la restituzione delle cifre investite, finiti il più delle volte in transazioni che consentivano di recuperare solo una parte delle somme.

Per questo la notizia diffusa ieri dallo studio legale di Antonio Frascerra fa rumore e può costituire un precedente non solo locale: «Siamo riusciti ad ottenere dalla banca il riconoscimento per intero della somma investita più le spese legali, cioè il 107% della cifra impegnata per l’acquisto dei diamanti», annuncia il legale ferrarese. Il caso specifico viene raccontato senza troppi particolari in modo da non identificare l’istituto di credito coinvolto, che nella transazione conclusa nelle ultime ore ha inserito delle rigide clausole di riservatezza. La risparmiatrice in questione è una signora ferrarese che ha ereditato due partite di diamanti da una cugina, per un totale non lontano da 200mila euro di controvalore. «Trattandosi di una eredità, la signora ha deciso di non seguire la strada della transazione ma di avviare una causa civile per il recupero dell’intera somma - spiega Frascerra - Abbiamo quindi ottenuto una prima udienza, il 3 maggio scorso di fronte al giudice Anna Ghedini, per discutere le nostre richieste che ritengono responsabili della vendita dei diamanti in solido l’Idb e la banca, per le modalità con le quali è stata effettuata. L’acquisto era stato prospettato da funzionari dell’istituto di credito e la vendita era stata conclusa materialmente nella sede di Ferrara della banca». La causa è stata quindi imperniata sul principio del «contatto sociale», che si basa sulla relazione speciale instaurata tra cliente e banca. «Non è stato nemmeno necessario arrivare in udienza perché i legali della banca, un primario studio italiano, hanno riconosciuto la fondatezza dell’argomentazione e proposto una transazione che ci soddisfa appieno» dice l’avvocato ferrarese. In realtà l’accordo transattivo riguarda una metà della cifra in ballo, quella investita in uno degli istituti finora coinvolti nella vicenda, e quindi la somma restituita in cambio della prima partita di diamanti è inferiore a 100mila euro. Ora bisognerà affrontare la seconda parte della causa, con una banca diversa. La società venditrice dei diamanti non ha versato un euro.


«Al di là della soddisfazione per il risultato raggiunto in favore della cliente, bisogna sottolineare l’importanza del riconoscimento del principio sul quale si basa la transazione - mette in evidenza il legale ferrarese - Di casi come questo ne stanno emergendo diversi anche nella nostra provincia». È peraltro il caso di sottolineare che non sempre le cifre in gioco sono così alte, le modalità della vendita possono essere di volta in volta differenti così come i comportamenti delle banche.

Stefano Ciervo

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